Editoriali / Lecco città
Domenica 05 Luglio 2026
Il fango che gronda e le nostre ipocrisie
Il giornalismo è un presidio fondamentale della democrazia, un perno dell’informazione degli individui e delle comunità, uno strumento di controllo su chi comanda, uno spazio di espressione e di libertà per tutti i cittadini e bla bla bla. Peccato che ogni tanto, anzi, piuttosto spesso, anzi, spesso e volentieri, il giornalismo sia una roba che fa senso, che fa schifo, che fa vomitare.
Vediamo. Non più tardi di un anno fa è esplosa una clamorosa inchiesta sull’urbanistica a Milano, con tanto di arresto di imprenditori, manager, amministratori e avviso di garanzia al sindaco Sala. E che trionfo per noi giornalisti moralisti tutti d’un pezzo, moralisti d’accatto, moralisti un tanto al chilo e che titoloni e che articoloni e che editorialoni compresi e rappresi e grondanti di sacrosanta e indignatissima indignazione e vergogna e inaudito e il sacco di Milano e la casta dei palazzinari, anzi dei grattacielari, e la cricca e la cupola dei poteri forti ed è ora di finirla e la gente non ne può più e ladri e mascalzoni e corrotti e corruttori e tutta una pletora di intercettazioni e dialoghi privati sbattuti in prima pagina che, sempre per i moralisti d’accatto di cui sopra, avrebbe dimostrato in maniera inoppugnabile la colpevolezza di tutto un sistema basato sul ladrocinio, l’illecito e l’abuso edilizio. E tanti saluti alla presunzione d’innocenza, alle garanzie per gli imputati e al segreto d’ufficio.
Bene, un mesetto dopo tutti gli arrestati sono stati messi in libertà dal Tribunale del riesame, che ha fatto a pezzi l’impianto filosofico-morale-pedagogico del pm e del gip, mentre nelle settimane scorse pure la Corte dei conti ha assolto tre funzionari coinvolti nell’inchiesta. Coprendo definitivamente di ridicolo la tesi, che non è solo una tesi giudiziaria, ma una tesi culturale, antropologica, lombrosiana, che l’imprenditore sia un farabutto, un mascalzone e un corruttore a prescindere, non perché compie dei reati, ma in quanto imprenditore, visto che secondo l’Italia profonda, parassitaria, ministeriale e corporativa l’imprenditore è un ladro per natura. E questo è quanto.
Non contenti, adesso ci risiamo con un’altra inchiesta morbosa e pruriginosa, che riguarda decine di calciatori e un presunto giro di prostituzione, anche minorile. Come da copione, appena va in scena gente ricca e famosa il segreto investigativo scompare dalla faccia della terra, e dai nostri media, in un nanosecondo. E quindi salta fuori di tutto: intercettazioni, verbali, video, fotografie. L’unica cosa che resta segreta è chi abbia violato il segreto. Nel caso specifico, nel tritacarne del Giornalismo Fariseo Collettivo è finito il difensore dell’Inter Alessandro Bastoni, accusato di aver pagato una minorenne per una notte di sesso. Lui ha negato, lei ha negato, ma questo poco importa. Il tema della prostituzione minorile è estremamente complesso anche perché può essere contestato pure in presenza del consenso della ragazza, se viene provato uno scambio di denaro o di altri vantaggi e proprio per questo motivo è il processo l’unica sede deputata per definirne i contorni. Non certo il ridicolo e ignobile tribunale dei media, soprattutto in presenza di un ragazzo che all’epoca dei fatti aveva ventuno anni e di una ragazza che ne aveva diciassette e otto mesi.
Ma ormai siamo tutti troppo scafati per non sapere che la solidità di un’inchiesta è inversamente proporzionale alla marea di fango che gronda dai giornali. Più l’inchiesta è debole, più fango si lascia filtrare, soprattutto in presenza di gente nota, per buttarla in caciara e tenere l’accusa sotto i riflettori al di fuori dei contenuti reali. E quindi ecco le implacabili chat che inchioderebbero Bastoni alle sue responsabilità, che però, viste e riviste, lette e rilette, non dimostrano un bel niente. E’ tutta fuffa. Tutto chiacchiericcio. Tutte scemenze e volgarità da conversazioni private. E da quando il linguaggio scurrile, volgare, cialtrone e misogino è un reato? A che titolo e con quale utilità questa roba finisce sui giornali? Perché i dialoghi personali del calciatore e i suoi incontri sessuali sono diventati di dominio pubblico? Offrire una cena in uno stellato, invitare in un privè, fare un regalo costoso sono automaticamente prostituzione? Ma davvero? Ma allora mezzo mondo è prostituzione. E poi, che cosa penserebbe la gente di noi se i nostri whatsapp atrabiliari finissero in tv? Che figura faremmo se i nostri insulti, i nostri veleni, le nostre diffamazioni, le nostre bestialità diventassero di dominio pubblico? Scrolliamo un attimo il cellulare e facciamo una riflessione sincera su cosa abbiamo scritto del nostro vicino di casa o del nostro collega di ufficio o del grande capo al quale lecchiamo quotidianamente le scarpe per poi dileggiarlo appena volta l’angolo. Che si fa, finiamo tutti in galera? Andiamo tutti quanti a scuola di bon ton o in un campo di rieducazione?
Perché le chat di Bastoni – ripetiamo: irrilevanti - sono state pubblicate in palese violazione del segreto investigativo? Perché nessuno si scandalizza? Perché la Procura che indaga su Bastoni non indaga anche su questo? Perché della plateale lesione delle garanzie processuali, della presunzione di innocenza e della credibilità della giustizia non importa a nessuno? Perché la stragrande maggioranza dei cronistonzoli cisposi, pulciosi e forforosi è così cialtrona, così trombona, così tronfia con il suo ditino alzato da sentirsi in diritto di consegnare patenti di moralità, di dispensare lettere scarlatte, di imporre lo stigma sociale a questo o quello? A che titolo? Chi e in quale giornata storica ci ha consegnato lo scettro dei Maestri di Pensiero, dei Difensori del Popolo, dei Sacerdoti del Bene?
Quando fra qualche mese l’inchiesta sui giocatori farà la fine di quella sull’urbanistica a Milano rimarranno solo i cocci di vite sfregiate, un cumulo di spazzatura e un impunito senso di vergogna. E poi ci domandiamo perché nessuno legge più i giornali.
@Diego Minonzio
© RIPRODUZIONE RISERVATA