Il gran caos italiano con vista sul voto

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Cadute le ideologie si è pensato di buttarsi in un pragmatismo spacciato per concretezza. La mia storia si è ispirata a don Sturzo, leader di un partito come la Dc fondata su ideali, valori e programmi. Pur costretto per passione e necessità di conoscenza ad approfondire i sistemi di pensiero che hanno segnato la politica nel Novecento, dal marxismo, al socialismo, al liberismo, il faro per me è sempre stato l’intuizione e la capacità dello scudocrociato di tradurre in progetti la politica degli interessi diversi ma non contrapposti. La mediazione come virtù precipua e antidoto alle lotte di classe e alle contrapposizioni ereditate dal dopoguerra.

> L’amarcord personale torna utile per valutare questa fase italianissima della politica nella quale a ben guardare le parole più frequentate sono accise, bollo, carburante. L’Abc di un nuovo alfabeto che sta al consenso come sul versante comunale lo sono la viabilità e la sicurezza.

> Siamo davanti al Governo più longevo della storia: un primato che non va relegato alla statistica ma che ha una sua valenza politica se è vero che uno dei mali assoluti del nostro Paese è di aver avuto esecutivi effimeri e persino governi balneari. Ora siamo in campagna elettorale, inutile girarci intorno. E ogni dichiarazione, dalla più stolta alla più infelice, paga dazio davanti al tribunale dei media. Si badi bene: lungi da me la tentazione di minimizzare ogni voce che tocchi i bilanci familiari e conosco molti padri e madri che fanno i salti mortali per l’acquisto del corredo scolastico e per offrire ai figli opportunità di crescita, quando non l’essenziale vitto e alloggio. Così come, ovviamente, non mi sfugge che siamo finiti nell’incubo di due guerre (e un’altra trentina di focolai bellici qua e là per il mondo) e da lì derivano sorti e destini sui quali la nostra incidenza è pari a quella di chi si illude di fermare il vento con le mani.

> Prendo di petto la questione del riarmo per dire che, a parte le opposte fazioni in campo, non si creda che il tema in sé porterà ai seggi un elettore in più. E ciò non significa che l’argomento non sia fondamentale ma non mi pare che ogni giorno si debba richiamare l’articolo della Costituzione nel quale si ripudia la guerra, perché è una forzatura falsamente pacifista davanti a un’aggressione e alla prepotenza di chi calpesta il diritto internazionale.

> Il quadro è in subbuglio, dall’America al Medio Oriente. I droni russi minacciano il confine orientale d’Europa. In Germania tornano echi di inizio secolo, alimentati dall’affanno della locomotiva del Continente. In Francia le scuole sono messe a ferro e fuoco dalla rivolta di docenti e studenti contro la mancanza di investimenti. E l’Italia si trova costretta a navigare a vista in un humus economico sempre vacillante (debito pubblico docet) con una certa abilità, ma senza scomodare Machiavelli. Tanto a fare il pieno di ascolti provvedono Garlasco o la saga di Sigrifido che, a pensarci bene, sono un po’ la metafora di quel menare il torrone tipico di chi fatica a centrare gli obiettivi o forse davvero non vuole.

> Non sfuggo al sale e al pepe delle prossime elezioni politiche. Mi picco di capirne e non mancherò di snocciolare man mano qualche svelto commento. Ma sin d’ora mi sento di dire che la chiave per la vittoria sarà ancora una volta l’unità delle coalizioni. E non saranno solo i sondaggi a indicare la via per azzeccare il pronostico ma considerazioni pescate nel quotidiano circo delle posizioni assunte da chi punta a diventare deputato e senatore e, è capitato anche di recente, di credere che gli articoli della Costituzione siano 91. Roba da “Iene” ma per me di analfabetismo di ritorno come quell’insegnante di italiano che scriveva “stasse” e “dasse”.

> La variabile Vannacci, che non pare essere marginale, tabelline alla mano, certamente sposterà qualche percentuale ma non determinerà la guida del Paese, mentre sul fronte del centrosinistra permettetemi di sputare un rospo. La diatriba sulle primarie è già di per sé un diversivo spacciato per trionfo della democrazia e invece è più assimilabile al giaguaro da smacchiare di bersaniana memoria. Ma io trovo intollerabile che il parvenu Giuseppi Conte detti condizioni e veti che neanche ai tempi di Moro, Berlinguer, Craxi. La sua criminalizzazione del discutibile, a dir poco, Matteo Renzi ha un tenore dittatoriale soprattutto se proviene da un partito che ha avuto l’ardire, o meglio la supponenza e l’ignoranza, di annunciare dal balcone di palazzo Chigi che col reddito di cittadinanza veniva abolita la povertà. Ho ragione di ritenere che quel veto non cadrà e anche di prevedere che non porterà fortuna all’opposizione, inchiodandola agli stessi scranni di oggi.

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