Il traccollo di Trump e le guerre

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Le previsioni sulle azioni future dei governi sono sempre un esercizio rischioso: troppe le variabili in gioco. Un esercizio tanto più azzardato quando riguarda Donald Trump, che ha nell’imprevedibilità una sua cifra caratteriale, oltre che una prassi di comando. Quale direzione prenderanno la politica estera degli Usa e il destino delle guerre in corso, in Europa e nel Vicino Oriente, dopo la sonora sconfitta del capo della Casa Bianca alle elezioni di metà mandato? Conviene partire dai dati di fatto. L’«appeasement» di Trump verso Vladimir Putin ha prodotto in Ucraina un aumento delle vittime civili (del 30% secondo l’Onu nell’ultimo anno, dal febbraio scorso 400 morti o feriti gravi ogni settimana). La situazione lungo i 1.200 km del fronte è sostanzialmente stabilizzata e il Cremlino ha incrementato gli attacchi contro la popolazione per spingerla a chiedere la resa al proprio governo, colpendo centrali elettriche e acquedotti per lasciare milioni di persone al gelo, al buio e senza acqua per il quinto inverno consecutivo. La riabilitazione del presidente russo da parte degli Usa, già nel vertice in Alaska nell’agosto 2025 e poi con il recente ritorno all’acquisto di petrolio da Mosca e la cancellazione delle relative sanzioni, è stato letto dal Cremlino come un via libera a realizzare i propri obiettivi (almeno la conquista mancata di tutto il Donbas e garanzie di sicurezza di proprio gradimento per lo Stato smembramento già nel 2014 con l’annessione militare e illegale della Crimea) e non è stato accompagnato da pressioni almeno per una tregua. Non solo: Trump ha individuato nell’Ucraina il capro espiatorio per l’impennata del prezzo del petrolio chiedendo a Kiev di non colpire più raffinerie russe ma non a Mosca di cessare i bombardamenti di abitazioni, scuole, ospedali, strade e centrali elettriche in Ucraina. Il costo del greggio si è invece impennato a seguito della guerra all’Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz. Ieri Trump ha dichiarato che «ci sarà un grande accordo fra Russia e Ucraina che coinvolgerà anche l’Europa». Non è la prima volta che annuncia intese imminenti. Questa dichiarazione almeno coinvolge il nostro continente, dove si svolge pur sempre il conflitto.
Ma il primo banco di prova per il nuovo assetto istituzionale riguarda il fronte del Vicino Oriente. Dopo le «midterm», Trump ha rilasciato un’intervista al «Financial Times» dichiarando che «non abbiamo piani immediati per colpire Teheran, sembra che stiamo ottenendo tutto ciò che vogliamo». Pur dicendosi pronto a una nuova azione militare se necessaria, a «Fox News» ha ammesso che la questione iraniana ha influito negativamente sul risultato del voto. Nei giorni precedenti alle «midterm» il presidente aveva annunciato invece lo stop ai 3,8 miliardi di forniture annuali gratuite di armi a Israele, in base ad un accordo siglato da Barack Obama che scadrà nel 2028. Una risposta ai sondaggi di istituti autorevoli come Pew e Gallup, per i quali il consenso negli Usa verso lo Stato ebraico è sceso dal 65% al 30%, non solo tra i giovani democratici ma anche fra quelli repubblicani, in seguito alla punizione collettiva e stragista scatenata dal governo Netanyahu sulla Striscia di Gaza, la «poderosa vendetta» annunciata dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023. E il «Board of Peace» venduto dal tycoon come pace è stato un fallimento.
Dopo la debacle elettorale Trump ha davanti due strade. Nessuno, prima di lui, ha firmato lo stesso numero di decreti presidenziali, nemmeno Franklin Roosevelt, in carica per oltre tre mandati e con la Seconda guerra mondiale. La media annuale prodotta da Trump è di 165 decreti. La guerra all’Iran avrebbe dovuto essere proposta al giudizio del Campidoglio, come impone la Costituzione anche per i dazi, non imposta con un ordine esecutivo. Può insistere su questa via nell’obiettivo di disegnare un mondo tripolare (Usa-Cina-Russia) o cercare di rimediare ai suoi errori con un ricorso almeno minimo al multilateralismo (la cooperazione tra Stati). In ogni caso non vincerà l’ambito premio Nobel per la Pace.

Può insistere sull’obiettivo
di disegnare un mondo tripolare (Usa-Cina-Russia) o cercare
di rimediare ai suoi errori con il multilateralismo

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