Occhio alla polveriera baltica. Dopo i presunti atti di sabotaggio, con reciproche accuse tra Russia e Occidente, è arrivato il tempo delle minacce e delle dichiarazioni bellicose. Il tragico precedente storico del tristemente famoso «corridoio di Danzica» non ha quindi insegnato alcunché alle leadership mondiali. Questa l’amara conferma.
In breve, l’enclave russa di Kaliningrad appare agli occhi degli specialisti occidentali come uno dei punti deboli della strategia del Cremlino. Per allentare la morsa di Putin sull’Ucraina qualcuno - irresponsabilmente - vorrebbe alzare la tensione sulla ex Prussia orientale tedesca, dal 1945 inglobata nella Federazione russa. Mosca non l’ha presa bene e ha inviato una nota diplomatica a Bruxelles, in cui scrive di essere pronta ad «usare l’intero arsenale di forze a sua disposizione, comprese le armi nucleari, qualora i Paesi della Nato intraprendessero qualsiasi tentativo per isolare Kaliningrad». Da mesi, mediaticamente, russi e occidentali si punzecchiano. Qualcuno in estate è arrivato persino ad affermare che, in pochi giorni, la Nato sarebbe in grado di occupare militarmente le terre che diedero i natali al grande filosofo Immanuel Kant. Qui sono presenti, stando a passate denunce di esperti, i pericolosi missili a medio-corto raggio Iskander, equipaggiabili facilmente con una testata nucleare. Gli occidentali temono, dal canto loro, il tentativo di un blitz a sorpresa del Cremlino con l’obiettivo di occupare il corridoio di Suwalki (lungo 65 chilometri), il quale lega i Paesi baltici alla Polonia e isola Kaliningrad dalla Bielorussia. La fortificazione dell’area prosegue da mesi a marce forzate.
Ma l’enclave russa è davvero già isolata? No, oggi la ferrovia collega Kaliningrad alla Bielorussia, poi alla Russia, attraverso la Lituania. I passeggieri la possono liberamente utilizzare se in possesso dei giusti passaporti e visti. In aereo si arriva, volando sul corridoio internazionale in mezzo al mar Baltico. In nave o in traghetto non vi sono problemi. I confini terrestri con la Polonia verso Danzica e quelli con la Lituania sono aperti e transitabili. Limitazioni per le sanzioni esistono chiaramente per le merci a causa dei pessimi rapporti tra Ue e Russia. Aprire un secondo fronte - non più solo quello ucraino - potrebbe essere l’idea malsana di qualcuno nelle «sale dei bottoni» occidentali. Il ministro degli Esteri Lavrov ha già sostenuto che una guerra tra Russia e Europa sarebbe completamente diversa dal conflitto ucraino: durerebbe pochi giorni con pesanti conseguenze, chiaro il riferimento al nucleare. I caccia italiani, di stanza in Lituania, vigilano sulla «polveriera baltica». La loro professionalità è una garanzia contro «teste calde», provocazioni e incidenti.
Ma quanto a lungo si continuerà a giocare col fuoco? Arriverà la tanto attesa de-escalation e il Cremlino si deciderà a negoziare seriamente per mettere fine alla tragedia russo-ucraina? Le truppe di Putin sono impantanate da 4 anni e mezzo in Donbass. Purtroppo non inducono speranze le parole all’inaugurazione della nuova Duma del capo del Cremlino, secondo cui la «lotta» degli abitanti della «Novorossija» per riunirsi alla madrepatria è «giusta» ed è giustificata dalla «inarrestabile aspirazione del nostro popolo a ristabilire l’unità storica».
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