Editoriali / Lecco città
Mercoledì 09 Settembre 2026
La legge elettorale e il ruolo di Vannacci
Il tema della legge elettorale continua ad agitare il Governo più di ogni altra questione. In verità, le prossime elezioni politiche rappresentano un passaggio fondamentale per la destra italiana che, vincendole, avrebbe la possibilità di insediarsi stabilmente nei gangli vitali delle istituzioni. Avere la maggioranza in Parlamento, infatti, significherebbe scegliere il prossimo presidente della Repubblica nonché incidere significativamente sulla composizione di due altri organi di garanzia come Csm e Corte costituzionale. Per questa ragione, risulta utile capire le implicazioni della nuova legge elettorale che prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che raggiunga il 42%.
Molti costituzionalisti hanno rilevato che si tratterebbe di un premio abnorme la cui finalità precipua è di trasformare una minoranza elettorale in maggioranza parlamentare. Non si tratta di un semplice dettaglio tecnico. Infatti, un conto è rappresentare il voto degli italiani, altra cosa è costruire in modo artificioso una maggioranza che quel voto, da solo, potrebbe non produrre. Ma c’è altro. Da più parti si invoca opportunamente l’abolizione delle liste bloccate e il conseguente ritorno delle preferenze. Giorgia Meloni continua a sostenere che la nuova legge elettorale abbia recepito tale indicazione. In realtà, non è così dato che i capilista restano bloccati e una quota significativa dei parlamentari continuerà a essere scelta dai vertici dei partiti.
Occorre, pertanto, capire le ragioni che spingono la maggioranza ad allestire questa architettura cervellotica che, ictu oculi, presenta vizi evidenti di incostituzionalità. Si ponga mente a questo dato su cui Enrico Rossi ha sviluppato una pregevole riflessione. Tutti i sondaggi tendono ad attribuire a Roberto Vannacci il 7,5%, davanti a Forza Italia al 7,1 e alla Lega al 5,7. Si tratta di un segnale preoccupante per il governo: alla destra di Giorgia Meloni sta crescendo una forza politica capace di sottrarre consensi ai partiti che oggi governano il paese. Vannacci non è un incidente della storia della destra italiana: in buona parte, è il prodotto della sua evoluzione.
Per anni la destra non ha esitato a osteggiare la costruzione comunitaria con proclami nazionalisti e xenofobi. Nel solco del lepenismo, la destra ha cercato di cambiare il lessico e la grammatica della politica italiana cavalcando le ansie del cittadino in modo, talora, dozzinale. Ora la destra scopre che qualcuno può andare oltre alzando ulteriormente l’asticella populista. Occorre, pertanto, fare i conti con il rischio che Roberto Vannacci possa diventare decisivo. Se per conquistare il premio serve il 42 per cento dei voti, Giorgia Meloni potrebbe trovarsi davanti a un dilemma esiziale: tenere Vannacci fuori dalla coalizione rischiando di perdere, oppure cooptarlo e subire il potere di interdizione del generale.
Per evitare questo, è stato concepito il ballottaggio. L’emendamento presentato da Marcello Pera propone di assegnare il premio a chi raggiunga il 48%: in caso contrario, ci sarebbe il secondo turno tra le prime due coalizioni che hanno superato il 38 %, senza la possibilità di fare nuovi apparentamenti. Si tratta di un espediente geniale di cui risultano evidenti le finalità: lasciare Vannacci fuori dalla coalizione al primo turno per poi chiedere ai suoi elettori di scegliere, al secondo turno, tra centrodestra e centrosinistra.
Come dire, annettersi i voti di Vannacci scaricando Vannacci. Risulta evidente che siamo davanti a una visione aberrante delle regole elettorali: prima il 42 per cento, poi il 48 per cento, poi il ballottaggio. Una legge elettorale dovrebbe essere scritta pensando all’interesse generale e durare oltre la maggioranza che la approva. Non dovrebbe essere un vestito cucito addosso a chi governa, modificato ogni volta che cambiano i rapporti di forza. E soprattutto non dovrebbe servire a risolvere un problema interno alla destra che continua ad arrovellarsi sulla necessità di neutralizzare la componente più radicale e identitaria. Per la destra italiana Roberto Vannacci resta, davvero, un problema serio. Ma, forse, lo è anche per il paese.
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