La spola dei battelli i turisti all’assalto

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Nell’album dei ricordi, la pagina dell’estate venti-ventisei, come ora va di moda dire, è destinata a uno scatto che riassume sfide e tribolazioni del nostro territorio. Non è l’immagine del Moregallo in fiamme da giorni, un evento senza precedenti, il segno di un fenomeno che credevamo confinato alla terra dei Fuochi. Non è nemmeno il tabellone dei prezzi esposto dai benzinai, con il costo al litro dei carburanti che, nonostante gli sconti governativi veleggia sempre oltre i due euro.

Il clic che voglio conservare a imperitura memoria è quello del traghetto che ogni giorno fa la spola fra Menaggio e Varenna, pronto ad attraccare nella nostra perla del Lario carico di migliaia di turisti giunti da tutti i continenti. C’è chi, scherzando, visti i tempi, l’ha paragonato alle navi che il 6 giugno 1944 scaricavano sulle spiagge della Normandia i soldati americani pronti a sfidare le mitragliatrici tedesche e a liberare l’Europa dalla guerra e dalla piaga del nazismo con l’annuncio di Radio Londra dei versi intensi di Paul Verlaine: “Les sanglots longs des violons de l’automne”

Lo sbarco dei turisti a Varenna è pacifico, ma non senza conseguenze. Uno sciame in abiti firmati che rimpingua senza dubbio le casse di commercianti e albergatori, ma che lascia strascichi evidenti impossibili da ignorare e che il territorio tende a sottovalutare.

Il primo l’ha segnalato mesi fa lo stesso sindaco di Varenna, quel Mauro Manzoni che, oltre ad amministrare il paese più visitato del Lecchese, riflette sul senso della vita partendo dai pensatori del nostro territorio, a partire dal Gran Lombardo a David Maria Turoldo. Se arrivano i turisti, se ne vanno i residenti, e con essi lo spirito di comunità che tiene uniti i nostri borghi. Quell’intreccio di rapporti — non sempre idilliaci — che è l’ossatura della nostra vita quotidiana e che viene spazzato via dagli ospiti in valigia, quelli che abitano le case vacanze dai nomi evocativi: casa del Glicine, casa della Rosaspina, casa dei Gerani. È tutto un fiorire sui campanelli ormai senza cognome. Certo, qualcuno arriverà pure in autunno e in inverno per visitare le nostre bellezze: ma le famiglie che fine fanno? Gli anziani, memoria dei luoghi e della nostra storia, li relegheremo nelle case di riposo alla faccia dei guadagni facili garantiti dagli affitti d’oltre Oceano?

Sono domande che dobbiamo porci proprio ora che il fiume dei turisti è in piena. Qui e altrove. Un esempio su tutti è quello di Venezia: quando il Leone di San Marco regnava, le calli erano un frullare di vita e commerci, con chiese, sinagoghe e moschee, e genti d’ogni provenienza a contrattare, lavorare e divertirsi. Mi piace ricordare che le lame delle forbici che s’usavano all’epoca erano forgiate dalle nostre parti, in quel di Premana. Poi la fine della Serenissima, e la città della Laguna finì nelle nebbie, salvo essere riscoperta a metà del Novecento come meta turistica. Andate oggi per i “campi”, colmi di chincaglierie e gondolieri col tassametro, e ditemi che rimane di quella comunità che ha strappato la terra al mare commerciando in tutto il mondo.

E a proposito di acqua alta: che cosa ci resterà quando la piena dei turisti sarà finita? Qualche amico mi narra delle sue ferie nei lidi dell’Adriatico, mai così vuoti come ora. Chilometri di lettini e ombrelloni dove la ressa delle stagioni precedenti è solo un miraggio. Si salvano i pensionati, ma le famigliole che hanno garantito benessere ad albergatori e balneari per decenni non si vedono più. D’altronde il conto per spaghetti alle vongole e fritto misto in spiaggia — tutta roba congelata — ora sfiora i 50 euro a testa. E quando la piena anche da noi sarà passata, ci sarà l’Adda in secca come ora, con la pattumiera impigliata fra la distesa di piante acquatiche che cresce fra l’isola Viscontea e il ponte Vecchio, altro scatto dell’estate 2026.

E l’orrenda immagine che resta tatuata nella nostra memoria fa a pugni con i capolavori di Carlo Borlenghi scomparso in questi giorni dopo aver eletto il mare e la vela a simulacri di bellezza senza dimenticare i volti dei suoi bellanesi.

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