Nelle prime ore dopo la batosta del 3 novembre, Donald Trump si è spinto a dire che se ci fosse stato il suo nome sulla lista elettorale il risultato sarebbe stato ben diverso. Accecato dal narcisismo e dall’incapacità di fare autocritica che già avevano disastrato l’ultima parte del suo primo mandato, per esempio con le deliranti ricette per la pandemia di Covid, Trump non ha capito che, avendo trasformato il Partito repubblicano in un veicolo personale, il voto si era trasformato in un referendum su di lui e sulle sue politiche. Con l’esito disastroso che abbiamo visto. È quindi del tutto logico che, a naufragio avvenuto, si producano due fenomeni. Il primo è la ricerca del capro espiatorio, che pare essere già stato individuato in Pete Hegseth, l’ex capitano dei marines ed ex conduttore televisivo elevato da Trump al rango di ministro della Guerra. In ambienti repubblicani è già maturata l’idea di avviare contro di lui una procedura di impeachment. Trump blandamente lo difende ma è probabile che dignitose dimissioni eviteranno a Hegseth l’ultimo disonore. Che la mannaia cada su di lui, però, dimostra che il fallimento della guerra contro l’Iran, pur non potendo essere direttamente scaricato sulle spalle di Trump, è considerato una delle ragioni principali della sconfitta nel voto di metà mandato. E qui subentra il secondo fenomeno, quello che vede gli esponenti più in vista del fronte repubblicano impegnati a prendere le distanze dal presidente e dalle sue politiche. Il più svelto è stato il vice presidente J.D. Vance, che ha messo, anzi ha piantato, il dito nella piaga elencando punto per punto le cause della sconfitta: la guerra in Iran, l’appoggio incondizionato a Israele, il costo della vita e aver abbandonato l’ideale dell’«America first». Per questo, ha detto Vance, molti elettori che nel 2024 avevano votato per noi ora hanno votato per i Democratici. Questo nella sua analisi vuol dire che un elettorato repubblicano esiste ancora, è stato deluso ma si può recuperarlo.
Deve averlo pensato anche Marco Rubio, il Segretario di Stato, anche lui dato sull’orlo delle dimissioni. Il suo addio (sperando non significhi che ci sono altre decisioni folli alle viste, come una ripresa della guerra nel Golfo Persico) sarebbe però solo un arrivederci. Servirebbe a «ripulirlo» in vista della candidatura alle presidenziali del 2028. Rubio, 55 anni, è titolare di un solido capitale politico, essendo stato per quattordici anni senatore della Florida e avendo saggiamente rinunciato a correre per la presidenza già nel 2012, quando Obama ottenne il secondo mandato. E la Florida è uno dei pochi Stati in cui i repubblicani abbiano, l’altro giorno, mantenuto le posizioni. Eventuali dimissioni di Rubio (si fa già il nome del probabile successore: un fedelissimo di Trump, Sergio Gor, alla nascita Sergej Gorokhovskij, russo) potrebbero innescare altre uscite illustri, espressioni dello scontento che con ogni evidenza sta covando sotto la cenere della sconfitta. In ogni caso, la partenza di Rubio (soprattutto se sommata alle critiche di Vance) sarebbe già da sola un brutto colpo per Trump. E ancor più brutta è la premessa politica che sta alla loro base: cioè che esista un elettorato repubblicano ancora fedele alla causa che ha espresso un voto di protesta, pronto a tornare a casa di fronte a una proposta migliore. E questa è la condanna più pesante che si possa emettere, oggi, nei confronti di Donald Trump.
Gli esponenti più in vista del fronte repubblicano sono impegnati a prendere le distanze dal presidente e dalle sue politiche
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