Editoriali / Lecco e Sondrio
Lunedì 12 Ottobre 2026
Lecco-Como, strategie comuni e pari diritti
I venti del Lario gonfiano le vele della mia lecchesità che si manifesta nel suo valore originario, identitario, sociale, economico, culturale e storico. Chi mi conosce sa che intorno a questa connotazione in apparenza campanilistica ho speso molte energie, specie quando insistevo perché gli esponenti politici della città sino ai parlamentari fossero di Lecco e non paracadutati da altri cieli.
Lo stop alla fusione fra Confindustria Lecco e Sondrio e Confindustria Como segna una cesura tra due territori che da lustri e lustri, con esiti alterni, combattono la giusta battaglia. Nel secolo scorso categorie economiche, forze sociali, partiti lecchesi si batterono senza esclusione di colpi per acquistare indipendenza dall’altro ramo. Ad aprire la frontiera dell’autonomia furono prima, in una virtuosa alleanza, le menti e le mani del tessuto produttivo.
Seguirono le forze politiche che tentarono di garantirsi una sorta di parità ottenendo la presidenza della Provincia di Como prima con Aldo Rossi e poi con Nino Fiamminghi. Sulla stessa scia, a fine anni Ottanta Vico Valassi divenne presidente della Camera di Commercio. Un trucco che durava il giorno dell’elezione perché in seguito, nonostante la caratura dei personaggi, era subito chiaro chi tenesse i cordoni della borsa, con la macchina burocratica che ovviamente era supina al vero padrone.
Le ragioni dell’interruzione? Stralciamo un passo significativo dalla dichiarazione del presidente lecchese di Confindustria Marco Campanari (ndr in foto con il presidente comasco Brenna) che, in forma assai garbata, fa capire come il dissenso sia sostanziale, non sul vestito, ma su quel che c’è sotto: “Semplicemente, dopo un’approfondita e articolata analisi, si è giunti alla conclusione che non vi fossero – purtroppo – le condizioni strutturali per dar seguito in maniera logica al percorso di aggregazione. E per ciò che mi riguarda ho imparato che la logica è di gran lunga il miglior criterio da seguire”.
Quel che conta è che non si butti via il bambino con l’acqua sporca perché dopo mesi e mesi di valutazioni, che necessariamente hanno riguardato anche conti e patrimonio, si continui a collaborare su strategie comuni ma declinate nelle rispettive peculiarità e priorità. Qui non si tratta di stabilire torti e ragioni, anche se un salomonico pareggio varrebbe come un comodo rifugio. E’ la realtà delle cose che racconta la diversità quasi antropologica dei due sistemi, l’uno forgiato sulla concretezza del manifatturiero industriale e l’altro sull’aura serica e sul mondo rutilante che ne deriva. Le differenze diventano ancor più marcate ed evidenti se guardiamo al segmento del turismo che mette in luce modelli lontani tra loro. Far di necessità virtù è ciò che fa da minimo comun denominatore fra comaschi e lecchesi. Proviamo ad allargare il perimetro e ragionare sulla Camera di Commercio: mantenga pure un presidente unico, ma con due chiare articolazioni che possano mettere la testa sui dossier dei singoli territori in maniera puntuale. E a questo, faccia seguito anche una ripartizione proporzionale delle risorse che non permetta a nessuno di parlare di figli e figliastri, altrimenti Lecco si troverebbe sempre penalizzata. E che dire di Sondrio, integrata nell’associazione con matrimonio riuscito? Vivere in coppia dentro i muri domestici o tra le mura delle città è un’impresa sempre più ardua. Nell’inverno demografico e nel baratro delle nozze, la chiave per costruire sta nella tolleranza, nella lungimiranza e nella complementarietà.
Si badi bene che le mie convinzioni sull’appartenenza senza riserve a Lecco prescindono da congiunture anagrafiche e familiari. Mio padre Alberto era un lecchese di origine controllata mentre mia madre Carla era una Bertarelli nata in una casa di Como a duecento metri dalla sede di Confindustria. E da bambino quando volevano premiarmi per qualche prodezza scolastica mi accompagnavano allo stadio Senigallia a vedere le partite di serie A. La prima fu un Como-Milan finita 3 a 0 e forse, per me rossonero, quello non fu un verdetto ma una punizione che ho sempre cercato di esorcizzare. Ragioni di cuore: ma quelle della mente, vi assicuro, sono ben più salde e fondate.
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