Dico la verità: in settimana mi ha colpito una vicenda che ha scosso Palazzo Comunale e dintorni. Parlo di quella zuffa con protagoniste due donne, una delle quali invalida al 100%, e due dipendenti. Il movente? Una pensione per cani. Sapevo a stento che esistesse, e ancora meno immaginavo che in città ci fossero alberghi per i quattrozampe, segno evidente che ormai per le vie del centro si contano più Dudi e Fido, spesso chiamati con nomi da cristiani (non so come reagirò davanti al barboncino Marco) che passeggini. E così quando la famiglia parte per le vacanze il problema di dove parcheggiare il migliore amico dell’uomo è tutt’altro che marginale.
Un pensiero tira l’altro, e questa vicenda mi porta dritto a un enigma ben più serio. A servirmi l’assist, oltre alla cronaca, è un caro amico: padre di famiglia, niente cani da custodire ma tre figli a cui badare in queste settimane roventi. Mi racconta di come per le famiglie a due zampe l’estate tanto attesa tutto l’anno sia diventata un incubo a occhi aperti. E non per il caldo tropicale.
Per mantenere tre figli, a meno di non essere fortunati ereditieri, oggi serve che entrambi i genitori lavorino: lontani i tempi nei quali il papà portava lo stipendio a casa e la mamma badava alle faccende domestiche. Ma la scuola finisce a inizio giugno e riprende a metà settembre. I bambini non si possono mettere in gabbia. Ammesso e non concesso che i genitori se le possano permettere, restano al massimo due settimane di ferie. Per il resto dell’estate, dove li parcheggiano i benedetti figlioli? C’è l’oratorio, ma dura poco più di un mese. Qualche Comune organizza centri estivi, ma anche lì il calendario si ferma a fine luglio. Ci sono i camp — dalla musica allo sport, passando per la danza e persino le tradizioni degli alpini — che quando va bene costano 150 euro a settimana, spesso pranzo escluso. Non è necessario essere Albert Einstein o Mario Draghi, ma con le tabelline me la cavo ancora: o si va al camp, o si va in vacanza. L’ultima spiaggia restano i santi nonni, il welfare all’italiana: fra il caldo e la voglia di una pennichella, li vedi nei parchetti a rincorrere i nipoti provando a evitare cadute e fratture, altrimenti sono dolori per tutti.
Ecco spiegato, in fondo, il paradosso dal quale ho preso avvio: per i cani una pensione si trova, per i bambini no. Resta, volando un pelo più alto, il disappunto di una scuola italiana, tra le più retrograde d’Europa, che continua ostinatamente a calare il sipario per tre mesi consecutivi, come ai tempi nei quali d’estate i bambini aiutavano le famiglie nei campi. In Inghilterra questa sarà, per molte scuole, l’ultima settimana di lezioni. In Francia le hanno concluse già ai primi di luglio, e riprenderanno solo a inizio settembre. Siamo davvero gli unici a difendere un calendario alla Carlo Codega. Qualcuno obietta che la questione non sia di facile soluzione: per esempio, le aule non sono climatizzate. Immaginate che significhi con questi picchi di caldo.
Se il ragionamento tiene, mi chiedo come facciano in Africa, in India o in Spagna, Paesi abituati a temperature ben più estreme di quelle che in questi giorni ci stanno sfinendo. E se il problema fosse davvero il condizionatore, prendiamo esempio dai recenti Mondiali, giocati in stadi climatizzati. La mia impressione è che il termometro sia un capro espiatorio e nessuno – destra, sinistra, centro – osi toccare i diritti alle ferie per tre mesi del personale scolastico, da sempre un serbatoio di consensi. Un intervallo di riposo sconosciuto a qualsiasi latitudine della terra.
Una mezza idea, anzi due, io ce l’avrei. La prima: spostare le classi nelle scuole semivuote dei paesi di montagna, dove è più fresco e si può far lezione in tranquillità, magari all’aria aperta rivitalizzando così anche quelle comunità dove oggi si contano più lupi e orsi che bambini. La seconda: aumentare i sussidi alle famiglie. Ma anche qui i numeri non mentono: nonostante le risorse dell’Inps per l’assegno unico siano cresciute negli ultimi anni, non si vede alcuna inversione del calo demografico. Come diceva la bella Luisa Ranieri, oggi signora Zingaretti, rigirandosi nel letto al marito in quel malizioso spot dei condizionatori: “Antò, fa caldo”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA