Così vicini, così lontani. Sono i due americani più influenti del mondo: il presidente degli Stati Uniti e il primo Papa nato negli Stati Uniti. Ma non si contendono soltanto un elettorato, una comunità di fedeli. Si contendono un’idea di civiltà. Robert Francis Prevost è nato a Chicago, è stato eletto l’8 maggio 2025, ed è il primo Papa statunitense della storia. Questo cambia la grammatica del rapporto tra Vaticano e Stati Uniti. Con Leone XIV, Roma non parla più all’America dall’esterno. Le parla dall’interno della sua anima religiosa. Trump lo ha capito perfettamente, perché il cattolicesimo americano è stato uno dei luoghi decisivi della sua vittoria culturale prima ancora che politica. Nel 2024 i sondaggi registravano il forte orientamento pro-Trump dei cattolici bianchi, mentre i cattolici ispanici restavano molto più vicini ai democratici. Due Americhe dentro la stessa Chiesa.
Qui sta il primo punto di contatto, ma anche la radice dello scontro. Entrambi parlano a un popolo che non vuole essere periferia. Trump dice: siete stati traditi dalle élite globaliste, riprendetevi confini, industria, sovranità, potenza. Leone ribatte: siete una grande nazione, ma la grandezza non si misura dalla capacità di espellere i deboli. Entrambi intercettano la stessa ferita: il ceto medio impoverito, gli operai licenziati della «rust belt» raccontata da J. D. Vance in «Elegia americana», la rabbia contro le tecnocrazie, la sensazione che la globalizzazione abbia arricchito pochi e sradicato molti. Ma da quella diagnosi traggono due terapie diametralmente opposte.
Trump è il volto politico di un capitalismo muscolare, anche quando lo riveste di dazi, protezionismo e sovranità nazionale. Non è un liberista da manuale: usa lo Stato come una clava. Ma incarna qualcosa di più profondo da sogno americano: l’idea che il successo economico assolva tutto, che il vincente abbia sempre ragione, che la società sia una giungla dove chi perde doveva soltanto correre più veloce. È il liberismo diventato antropologia. L’uomo vale se produce, se compra, se domina, se si salva da solo. Non è cambiato nulla da quando girava «The apprentice».
Leone XIV arriva invece con un nome che è già una dichiarazione politica e spirituale. Non ha scelto «Leone» per nostalgia estetica. Si è collocato nella scia di Leone XIII, il Papa della «Rerum Novarum», l’enciclica del 1891 che costrinse la Chiesa a guardare in faccia la rivoluzione industriale. Con la «Magnifica Humanitas», firmata nel 135° anniversario della «Rerum Novarum», Leone XIV aggiorna quella tradizione all’epoca dell’intelligenza artificiale, degli algoritmi, della concentrazione del potere tecnologico. La tesi è semplice e pesantissima: la tecnologia deve servire l’uomo, non concentrare potere; al centro restano dignità, lavoro, giustizia sociale, pace.
Per Trump il problema dell’America è l’invasione. Per Leone il problema dell’Occidente è la disumanizzazione. Trump costruisce la politica sulla frontiera. Leone sulla persona. Trump vede nell’immigrato il simbolo del disordine. Leone vede nell’immigrato il banco di prova della civiltà cristiana. Il Papa non nega il diritto degli Stati a controllare i confini. Nessuno, nella tradizione sociale cattolica, confonde la misericordia con l’anarchia. Ma Leone ha aggiunto che persone vissute per dieci, quindici, vent’anni negli Stati Uniti non possono essere trattate con brutalità, violenza e disprezzo.
Gli avvenimenti hanno reso plastica questa frattura. Il 20 gennaio 2025 Trump ha inaugurato il secondo mandato con una stretta durissima sull’immigrazione: emergenza nazionale, sostegno militare al confine, stop a vie legali d’ingresso, rilancio del «remain in Mexico», limitazioni alla cittadinanza per nascita. Poi sono arrivate le retate, la brutale cancellazione delle tutele nei luoghi sensibili, la paura nelle scuole, negli ospedali, nelle chiese. I Vescovi americani hanno denunciato la «vilificazione» dei migranti e si sono opposti alle deportazioni indiscriminate.
Leone non ha risposto con un comizio. Ha scelto il linguaggio dei simboli, che nella storia della Chiesa spesso pesa più dei comunicati. Mentre l’America ha celebrato il 4 luglio e il suo 250° anniversario, il Papa ha attraversato la porta di Lampedusa, la frontiera dei naufraghi, realizzando delle immagini di una potenza comunicativa straordinaria. E i Vescovi americani hanno celebrato una Messa al confine tra Nogales, Arizona, e Nogales, Sonora, chiedendo dignità e rispetto per i migranti. È una contro-liturgia: da una parte la nazione che celebra sé stessa, dall’altra la Chiesa che ricorda chi resta fuori dalla festa.
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