Secondo l’Istat vi sono in Italia ben 6 milioni e mezzo di persone che desiderano avere figli, ma che – per una ragione o per l’altra – vi rinunciano. Questo è grave, dato che il Paese sta invecchiando e desertificandosi, con conseguenze drammatiche da vari punti di vista.
Negli ultimi decenni, in effetti, quanti hanno governato l’Italia hanno adottato politiche demagogiche che hanno permesso loro di comprare il voto grazie al debito. Se tassare infastidisce l’elettore, quest’ultimo percepisce assai meno le conseguenze di servizi elargiti oggi in cambio di imposte che saranno prelevate domani. Il risultato è che ci troviamo con un alto indebitamento pubblico e pensionistico, e questo proprio quando le culle faticano a riempirsi.
Ne discende che non si sa chi pagherà le pensioni nei decenni a venire, né chi coprirà gli interessi sui buoni del Tesoro.
Gli stessi nuovi nati, per giunti, in talune aree sono per lo più figli di immigrati e ciò non facilita i processi di integrazione. Come si può accedere alla nostra società se gli italiani stanno scomparendo? Senza un’identità di riferimento e una condivisione basilare di regole e valori non è facile costruire una convivenza civile.
Quei milioni di italiani che non fanno figli, al tempo stesso, vorrebbero farli. Sarebbero ben felici di avere una prole se la situazione fosse un poco differente. Il guaio è che alcuni antepongono la carriera e altri temono di non avere quegli aiuti che possono facilitare loro la gestione dei primi anni. Molti giovani adulti ritengono infine che la situazione economica sia tale da non permettere loro di procreare.
In questo c’è qualcosa di curioso perché il boom demografico italiano ebbe luogo in condizioni reddituali assai peggiori. Negli anni Sessanta eravamo più poveri, ma anche molto più ottimisti e prolifici. Le mamme e i papà degli sessantenni non nuotavano nell’oro, né disponevano di asili nido. L’economia è però innanzitutto un problema di percezione e rappresentazione, oltre che di aspettative; e nella società contemporanea le condizioni ritenute fondamentali per avere figli sono molto più alte di quanto non fosse in passato. Di conseguenza oggi manca il coraggio di diventare genitori.
Prima che istituzionale (perché i bonus bebè incidono ben poco), la sfida è culturale. Perché non solo prevale l’egoismo di chi non vuole rinunciare a nulla, ma siamo pure prigionieri di una mentalità che colloca il cagnolino al medesimo stesso livello del figlio, che connette ogni nuovo nato a una maggiore produzione di CO2, che guarda alla natura come a una divinità che ogni individuo può contribuire a distruggere.
Che fare, allora? Le strutture sono utili e anche le soluzioni pragmatiche. Un illuminato imprenditore veneto, Roberto Brazzale, da anni gestisce un welfare aziendale che aiuta proprio le mamme e i papà; e analoghe iniziative vi sono altrove. C’è però soprattutto bisogno che la consapevolezza che anima queste scelte sia condivisa: che si creda nell’importanza di ogni nuovo bimbo e che si sia pronti a perdere qualcosa pur di creare spazio a chi vivrà dopo di noi.
Senza questo, forse meritiamo di davvero di sparire.
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