Quei lecchesi prigionieri dentro casa

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Per mezzo secolo ci hanno raccontato la stessa storia, una sorta di ritornello più o meno orecchiabile: lavora, risparmia, compra casa e per la vecchiaia starai al caldo. Il convegno “Abitare la longevità”, promosso in questi giorni da Auser e Spi Cgil al Politecnico di Lecco, ha avuto il merito di dire ad alta voce che questa sequenza non regge più. E di accompagnarlo con numeri che dovrebbero togliere il sonno. Secondo i dati presentati, il 90 per cento degli anziani lecchesi vive in una casa propria. Solo il 10 per cento è accolto in una Rsa, strutture che già oggi faticano a dare risposte e a far quadrare i conti, i loro e quelli delle famiglie. E il 75 per cento, tre su quattro, non ha alcuna vita comunitaria. Un fenomeno che nel dibattito ha trovato un nome brutale ma onesto: barbonismo domestico. Anziani che vivono come clochard dentro i propri muri, appartamenti diventati troppo ampi da gestire e troppo cari da mantenere, dove le bollette si accumulano e le stanze si chiudono una dopo l’altra.
Non è povertà nel senso tradizionale ed etimologico. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più crudele: la solitudine di chi possiede un bene e ne è prigioniero. «Essere proprietari della propria casa non è più sufficiente, non è più una garanzia di sicurezza», ha detto Claudio Falasca, curatore della ricerca.
Il nostro territorio non può permettersi di considerare marginale la questione, più sociale che abitativa, più legata al mondo dei sentimenti che ai metri quadri. La nostra è tra le province con l’indice di anzianità più alto d’Italia, e non solo perché si vive a lungo, anche perché la denatalità qui non fa sconti. Stiamo diventando una comunità che imbianca senza ricambio e che rischia di scoprirsi, nel giro di qualche lustro, una costellazione di persone isolate con il cielo in una stanza.
La tentazione, davanti a un’emergenza così dirompente, è di rispondere con i mattoni: più posti letto, più strutture, più residenze. Ma il convegno ha indicato con chiarezza che non è questa la strada maestra. Virginio Brivio, presidente di Girasole, ha condensato il concetto in una formula che merita di essere ricordata: «Non di soli muri si vive, anche se senza si precipita».
È questo il cuore della questione. L’anziano solo non ha bisogno soltanto di un tetto: ce l’ha già. Ha bisogno di uscire, di qualcuno che bussi, di un quartiere che lo riconosca. Di una casa pensata come un servizio, di una città costruita anche per chi cammina lentamente, dei supermercati aperti alla domenica ma anche del negozietto di vicinato. Ha necessità che le case di riposo smettano di essere isole chiuse su sé stesse e diventino un presidio connesso al territorio.
Le esperienze non mancano: gli alloggi realizzati con il Pnrr a Valmadrera e a Oggiono, gli appartamenti protetti della cooperativa L’Arcobaleno, gli alloggi della Rsa Borsieri oltre allo storico Airoldi e Muzzi. Ma sono ancora frammenti. Mancano una rete che li tenga insieme e una regia che faccia dialogare enti e terzo settore nelle emergenze e nella quotidianità.
Il vicesindaco di Lecco, Carlo Piazza, ha promesso che le idee in cantiere diventeranno azioni concrete grazie al nuovo piano triennale dell’offerta abitativa. Lo prendiamo in parola e lo misureremo sui fatti. Perché c’è una caratteristica di questo allarme sociale che lo rende pericoloso: è silenzioso come i terremoti che non sono prevedibili. Gli anziani soli non protestano, non scendono in piazza, non scrivono ai giornali. Semplicemente spariscono dalla vita pubblica, una porta chiusa alla volta.
La longevità è una conquista. Ma una società che regala anni in più ai suoi anziani e poi li lascia soli a consumarli è una società malata nel suo complesso. Il convegno di Lecco ha acceso la luce su questa contraddizione. Ora tocca alla politica, e a ciascuno di noi, non spegnerla. E nel giorno dei morti, quel lumino acceso sulle tombe dei defunti secondo la tradizione serva da monito perché si eviti di anticiparne l’uso quando ancora si respira.

Non è povertà nel senso tradizionale, etimologico. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più crudele: la solitudine di chi possiede un bene e ne è prigioniero

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