Editoriali / Lecco e Sondrio
Venerdì 16 Ottobre 2026
Silea e LRH il futuro nelle mani dei sindaci
«Cinquant’anni fa, fondavamo il Consorzio dei rifiuti del Lecchese. Io c’ero. Dentro questa sala c’era un presidente, una segretaria e una macchina da scrivere». Testo e musica di Angelo Rigamonti, ex sindaco di Molteno. E questa polaroid color seppia degli anni Settanta, in effetti, tratteggia perfettamente i contorni di una stagione amministrativa durante la quale si metteva per la prima volta il piede fuori da un modello arcaico. Quello del tecnico comunale che gestisce acquedotti, pozzi e fognature. Oppure ancora dell’impiegato comunale che trasporta, alla spicciolata, i rifiuti locali verso discariche esterne.
Dentro la fotoricordo di Rigamonti, citata pochi giorni fa all’evento dei civici capitanati da Antonio Rusconi, c’è tutto il senso di un nuovo trapasso temporale. Sul tavolo dei sindaci, questa volta, c’è la possibile unione tra le società pubbliche Silea e Lario Reti. Linee di indirizzo nel merito sono già state espresse dai Comuni soci, ma, come in ogni trasformazione che si rispetti, è finito il tempo delle due diligence ed è giunto quello della politica. Il dibattito sarà ampio, le valutazioni complesse ma necessarie. Ce n’è abbastanza per considerarlo il tema politico chiave dei prossimi cinque anni a Lecco.
Anzitutto, è necessario guardare al contesto lombardo. In provincia di Sondrio, Secam riunisce da tempo la gestione del servizio idrico e il ciclo dei rifiuti. Nel Milanese, invece, il Gruppo Cap, gestore del servizio idrico, possiede ora anche la biopiattaforma di Sesto San Giovanni e, attraverso la partecipazione in Neutalia, il termovalorizzatore di Busto Arsizio. In provincia di Monza, è in corso l’aggregazione tra BrianzAcque e Brianza Energia Ambiente (BEA), società attiva nel trattamento dei rifiuti e proprietaria del termovalorizzatore di Desio (peraltro con una partecipazione in Seruso).
Insomma, il dibattito lecchese non è scevro da condizionamenti esterni: il contesto sta in qualche misura già dettando il percorso. Ritirarsi dalla strada tracciata equivarrebbe a battersi con armi impari contro i player e le multiutility del pianerottolo di casa. Ovviamente, si tratta di capire il “come”, più che il “cosa”.
Il matrimonio tra Silea e Lario Reti potrebbe celebrarsi attraverso una fusione, e questo è pacifico. Oppure, in modo più soft, creando una nuova holding. Nel primo caso, si tratterebbe di unire risorse umane e patrimoni, oltre a scegliere un solo direttore generale, un solo cda, e via dicendo. Insomma, un processo che potrebbe realisticamente incontrare resistenze (come già palesato da altri casi recentissimi nel mondo imprenditoriale) e produrre tagli di spesa tutto sommato molto scarsi.
Il secondo caso sarebbe tutto sommato più indolore, con Silea e Lario Reti che passerebbero da novanta comuni soci a un unico socio. La holding, appunto. Nessun risparmio di spesa, o quasi, e una terza struttura da dover sostenere.
C’è però una terza via, e qui sta il punto: si potrebbe varare una terza società che fornisca servizi ulteriori ai Comuni. Tradotto in soldoni. Lario Reti ha competenze progettuali e ingegneristiche, Silea ha investito molto in termini di capillarità di servizio e digitalizzazione. Tali processi operativi possono diventare i due polmoni di una nuova società, partecipata da entrambe, in grado di offrire servizi ulteriori ai Comuni: dalla gestione dei sistemi informativi, all’appalto delle piccole manutenzioni, fino alla riscossione della Tari e via discorrendo.
Il tema è tutto qui. Qual è la priorità dei Comuni? Il fatto che sia necessario crescere per sopravvivere, è ormai acclarato. Ma quale strada deve imboccare la crescita dei player?
Il richiamo di Antonio Rusconi è particolarmente fondato: la regia dell’operazione dev’essere nelle mani dei sindaci, prima ancora che delle segreterie di partito. Devono essere i sindaci a dire chiaramente se la priorità del territorio è continuare a ricevere dividendi, oppure mostrare i muscoli della spending review, o ancora tamponare con una nuova creatura l’emorragia di servizi che rischia di colpire i piccoli municipi. Due comunità politiche su tre (Rusconi, appunto, e ovviamente Mauro Piazza per il centrodestra, che aveva già lanciato un appello in merito dalle colonne di questo giornale) hanno sostanzialmente già caldeggiato la terza strada.
Il Pd, per ora, non ha battuto colpi particolarmente convinti. Ma non è troppo tardi per abbandonare l’Aventino nel quale, in termini di politiche sovracomunali, il centrosinistra pare essersi confinato negli ultimi anni.
La partita è sostanzialmente la stessa di cinquant’anni fa. La polaroid di Rigamonti ricorda ai diretti interessati che la politica può anche sforzarsi di guardare oltre il proprio tempo. E scorgere la genesi di un asset territoriale dentro una stanza vuota che ospita solo una macchina da scrivere.
© RIPRODUZIONE RISERVATA