Editoriali / Lecco città
Sabato 03 Ottobre 2026
Stranieri a scuola, il teatrino elettorale
E dire che dovremmo ormai esserci abituati alle campagne elettorali. Funziona sempre allo stesso modo. Un anno o sei mesi prima del voto, la politica inizia a gettare il mestolo nel brodo sapido dei trend topic (l’equivalente social della chiacchiera da bar o dell’argomento di tendenza) e consegna all’opinione pubblica ciotole bollenti di temi raffazzonati, di soluzioni improponibili, di sofismi elevati al cubo e di casi limite spacciati per emergenze nazionali. Così, giusto per ricordarci in fondo che le percentuali ormai deprimenti di affluenza alle urne non nascono sotto il cavolo.
Dovremmo esserci abituati, è vero. Eppure, si tratta di teatrini grotteschi che hanno sempre il gusto dell’inedito. Non si sa mai da quanto in alto, nella scala delle priorità del Paese, possa attingere la retorica di certi affondi. O, al contrario, a quali livelli di vaghezza e distacco dal reale possa giungere il caleidoscopio di soluzioni propinate.
Di mezzo c’è quasi sempre un decreto legge, giusto per rammentarci che siamo repubblica parlamentare, ma fino a un certo punto.
L’ultimo in ordine di tempo riguarda la scuola.
Si potrebbero aprire mille disamine sull’assoluta marginalità della platea coinvolta dal punto più discusso, il famoso limite del 30% alla presenza di stranieri in classe. Per la scuola primaria si applica agli alunni senza cittadinanza italiana che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Per medie e superiori, si tratta di chi non ha frequentato con successo almeno tre anni scolastici in Italia.
Sarebbe sufficiente la lettura e rilettura di queste ultime tre righe per comprendere l’assoluta sproporzione tra la propaganda del decreto e le sue ricadute reali. Ma il punto non è questo. Il vero dramma è che, dietro il sipario dei teoremi, il problema esiste davvero. Nonostante tante anime belle del fronte opposto giochino a stracciarsi le vesti, la presenza troppo massiccia di bambini stranieri in alcuni gruppi e classi dei cicli inferiori può effettivamente rappresentare un problema didattico.
Ma è un tema serio, reale. Che richiede la presenza di una politica vera, non dei teatrini.
Il che porta la riflessione a tre punti dirimenti.
Punto primo. Il limite da oltrepassare non è in molti casi burocratico (la cittadinanza), ma culturale. Molti bambini di seconda generazione parlano in famiglia la lingua dei loro genitori. Il che è perfettamente lecito, ma li allontana (molto più di un certificato) dal confronto diretto e inclusivo con insegnanti e coetanei. Ancora peggio per i genitori, spesso chiusi dentro una bolla di sostanziale incomunicabilità con l’istituto. Servirebbe un grande lavoro di mediazione culturale che non può ricadere in capo (come astrattamente richiede il decreto) ai servizi sociali.
Punto secondo. Un altro passaggio del decreto richiederebbe, quale conseguenza dell’abbassamento di quote di stranieri, anche una migliore redistribuzione di presenza tra plessi. Prendiamo Lecco: alla De Amicis la presenza di bambini stranieri è al 58%, mentre tutte le altre scuole sono intorno o sotto il 30%. Ma questo richiede servizi efficienti, e la scuola è uno degli ambiti pubblici nel quale i servizi scarseggiano di più, sia in termini di qualità sia in termini di quantità. Basti pensare ai post scuola che non vengono attivati, ai Piedibus con sempre meno volontari, ai pulmini che partono e arrivano in ritardo, ai welfare aziendali inesistenti, alla mancanza di alternative logistiche per chi non gode del sostegno di ampie reti familiari. Il plesso di quartiere è spesso la scelta obbligata di tante famiglie, qualunque sia la loro origine e il loro credo.
E poi c’è l’ultimo punto, il più delicato. A Lecco, a Como, a Milano, a Roma, ovunque, il divario tra singoli plessi dello stesso Comune non nasce dal caso. Nasce dal fatto che ci sono quartieri nei quali le singole comunità straniere trovano più semplice radicarsi (vuoi per i costi degli affitti, vuoi per la presenza di residenti o attività commerciali di connazionali, vuoi per l’offerta di determinati settori lavorativi). Insomma non si può lanciare il sasso e ritirare la mano, non si può spargere al vento la semina urbanistica, lasciar crescere veri e propri ghetti urbani e poi pretendere che la scuola di riferimento possa dipingere un quadro opposto. Un quadro di equilibrio e melting pot positivo. Non funziona così.
E in fondo è questo il tratto di grottesco che riguarda spesso larghe praterie della politica odierna. Il dato di realtà, il problema di partenza, le proporzioni corrette della vicenda sono relegate ai margini dell’azione politica. Su tutto domina il consenso, la vendibilità dei temi, il marketing elettorale. Ma la strada è ormai tortuosa, il crinale ripido. Il rischio è che il famoso 30% nelle classi si trasformi in quello dell’affluenza ai seggi.
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