Democrazia e ricchezza, è sparita la sobrietà

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C’è in corso uno strano corto circuito che attraversa gli Stati Uniti e che investe, ormai, l’intero Occidente. Ci riferiamo al comportamento dei grandi ricchi del pianeta i quali non perdono occasione per ostentare i loro privilegi. Ai grandi plutocrati del mondo, infatti, non basta sapere di avere tutto, occorre che lo sappiano anche gli altri. Con indicibile improntitudine esibiscono ville, yacht, jet privati, collezioni d’arte, viaggi spaziali, matrimoni faraonici, patrimoni che superano il Pil di intere nazioni.

In quest’ottica, l’ostentazione non è più un effetto collaterale della ricchezza, ne è diventata una componente costitutiva in quanto il possesso non ha senso se non viene spettacolarizzato. Se vogliamo, è la forma estrema di ciò che avviene ogni giorno sui social in cui il privato si è dissolto nel pubblico. Anche lì la vita privata viene continuamente trasformata in una vetrina. Si avverte un bisogno quasi compulsivo di raccontare ogni dettaglio della propria esistenza: pranzi, cene, viaggi, auto nuove, promozioni sul lavoro, lauree, compleanni, perfino i cambi di pettinatura. È un narcisismo di massa che vive grazie a un voyeurismo di massa: milioni di persone mostrano e milioni di altre osservano.

In questo modo, la vita si trasforma in una rappresentazione permanente. Curiosità: perché una persona adulta, anche dabbene e di discreta cultura, avverte il bisogno di rendere pubblica ogni piega della propria vita? È una domanda che lasciamo agli psicologi. In questa sede risulta più interessante chiedersi perché uomini e donne che possiedono tutto avvertano l’urgenza irrefrenabile di mettere continuamente in scena la propria ricchezza. Qui emerge una novità significativa. Alla fine dell’Ottocento l’economista Thorstein Veblen si dedicò allo studio dei cosiddetti “consumi ostentativi”: le classi agiate acquistavano beni costosi non tanto per il loro valore d’uso, quanto per segnalare il proprio rango sociale.

Secondo Veblen, quelli che oggi usiamo definire “status symbol”, erano meri strumenti di distinzione. Oggi quel fenomeno sembra aver raggiunto una dimensione inedita. Non siamo più solo davanti alla ricerca della distinzione, siamo davanti alla rappresentazione di una superiorità. Ma c’è un’altra componente che attesta questa sorta di mutamento antropologico dei grandi ricchi: è venuta meno quella cultura protestante, descritta da Max Weber, che associava il successo economico alla sobrietà, all’autodisciplina, alla responsabilità individuale. Risulta, allora, inevitabile porsi una domanda: cosa vogliono comunicarci i nuovi oligarchi globali? Che cosa comunica al mondo questo esibizionismo permanente?

Forse un messaggio tanto semplice quanto inquietante: esiste una categoria di esseri umani che ritiene di appartenere a un’altra dimensione. Una minoranza che non condivide più il destino della maggioranza e che non sente neppure il bisogno di occultarlo. La ricchezza diventa la prova visibile e inoppugnabile di una superiorità ritenuta naturale, quasi biologica, sicuramente indiscutibile. Una superiorità che non domanda più giustificazioni e non sente il bisogno di mascherarsi dietro lo schermo del merito o della responsabilità sociale.

La ricchezza esibita diventa così una forma di potere perché serve a ricordare agli altri la distanza che li separa da chi possiede tutto. Ed è qui che il fenomeno assume un significato politico. Se esiste una distanza incolmabile tra pochi privilegiati e tutti gli altri, allora anche le disuguaglianze cessano di essere un problema o un’anomalia da emendare. Le disparità sociali diventano un dato ineluttabile della natura, una condizione ineliminabile. In questa prospettiva, risultano inutili le politiche redistributive e le promesse di mobilità sociale, e diventa velleitario credere che tutti possano partire da posizioni comparabili: il solito candore dei poveri.

La conclusione risulta chiara e inequivocabile: è inutile credere nella democrazia. Questo è il vero insegnamento che i grandi ricchi del pianeta vorrebbero impartire. Come ha scritto recentemente Nadia Urbinati, la democrazia, ai ricchi, non piace proprio.

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