Mario Borghesi, dj di Radio Station One, condannato in via definitiva

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Mario Mascherona, alias Mario Borghesi, confermando la pena di quattro anni e sei mesi per reati tra cui violenza sessuale. La sentenza è ora passata in giudicato.

Colico

È di venerdì la pronuncia della settima sezione della Corte di Cassazione che ha deciso per l’inamissibilità del ricorso presentato avverso la sentenza di condanna della Corte d’appello di Milano per codice rosso nei confronti di Mario Mascherona, 57 anni, di stanza a Colico, ma molto noto in provincia di Sondrio col nome d’arte, quello di Mario Borghesi, fondatore e dj di punta di Radio Station One.

Un mattatore, indubbiamente, Mascherona, alias Borghesi, professionalmente capace, ma che ora rischia grosso, perché per lui potrebbero aprirsi le porte del carcere considerato che la sentenza d’appello del luglio dello scorso anno parla di una pena a quattro anni e sei mesi di reclusione di fatto confermata dalla decisione ultima della Cassazione.

Una pena ridotta, comunque, rispetto a quella di primo grado che era stata molto pesante.

I giudici del Tribunale di Lecco, infatti, il 19 febbraio del 2024 avevano pronunciato una sentenza di condanna a sette anni reclusione per violenza sessuale, maltrattamenti, lesioni personali e cessione di sostanze stupefacenti, quasi il doppio rispetto a quanto chiesto in quella sede dal pubblico ministero, Chiara Di Francesco, che non era andata oltre i tre anni e otto mesi. Due, invece, i capi d’imputazione per i quali sia il pm sia la Corte hanno convenuto per l’assoluzione, ovvero la diffamazione e l’appropriazione indebita.

Per il resto la Corte, presieduta da Bianca Maria Bianchi, a latere Giulia Barazzetta e Gianluca Piantadosi, non ha voluto sentire ragioni. Evidentemente la lunga e difficile ricostruzione in aula dell’accaduto, della violenza subìta a bordo di un piccolo natante nella zona di Colico dalla parte offesa, una donna con la quale Mascherona aveva intessuto una relazione, ha determinato i giudici ad irrogare una pena pesante.

È vero che in appello la sentenza è stata ridimensionata, ma si parla pur sempre di una pena che supera la soglia dei quattro anni oltre la quale le porte del carcere si possono spalancare.

«Non c’è nulla da festeggiare – assicura Annalisa Abate, avvocato del foro di Como che ha seguito passo passo la vicenda al fianco della parte offesa, una donna residente all’epoca dei fatti in Bassa Valtellina -. La mia assistita ha sempre tenuto un tono dignitoso e pacato per tutta la durata del processo, nonostante si sia trattato di una vicenda carica di sofferenza. Si respirava nell’aria, in aula, e ne è uscita fortemente provata, allo stremo delle forze. La pronuncia della Cassazione è l’atto finale, ora la sentenza può dirsi passata in giudicato».

Non ci è stato possibile, al momento, entrare in contatto con la difesa del condannato, l’avvocato Nadia Invernizzi del foro di Lecco che, in tutte le sedi, ha sostenuto con fermezza la piena innocenza del proprio assistito. In Tribunale a Lecco aveva tenuto una lunga arringa difensiva protrattasi per ben cinque ore in due diverse udienze, ma non era valsa a mutare le sorti del processo finito decisamente male per l’imputato.

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