Codici rossi, attivato un nucleo speciale in Procura a Lecco

«Due ufficiali di polizia giudiziaria, una della Polizia di Stato e una dell’Arma dei Carabinieri, sono assegnate in via esclusiva a questi fascicoli», spiega il procuratore Ezio Domenico Basso. «Un modello organizzativo pensato per dare risposte più rapide e più incisive».

Lecco

Un fascicolo al giorno. Dentro, quasi sempre, la stessa trama: violenze, minacce, relazioni che si consumano soprattutto in casa. Si chiamano “codici rossi”. E in Procura a Lecco per reggere l’urto è nato un nucleo dedicato. «Due ufficiali di polizia giudiziaria, una della Polizia di Stato e una dell’Arma dei Carabinieri, sono assegnate in via esclusiva a questi fascicoli», spiega il procuratore Ezio Domenico Basso. «Un modello organizzativo pensato per dare risposte più rapide e più incisive». I numeri non arretrano. Nel 2024 i procedimenti sono stati 339, saliti a 363 nel 2025. Nei primi tre mesi del 2026 sono già 76. Il ritmo è costante: un caso al giorno. Crescono anche gli indagati: 369 nel 2024, 415 nel 2025. I “codici rossi” valgono circa il 10% dell’attività complessiva della Procura. E dentro questo dato pesa la quota delle lesioni tra conviventi. Restano elevate anche le archiviazioni: oltre 200 all’anno.

Procuratore, è una fotografia completa o c’è ancora sommerso?

È una fotografia attendibile. Tutte le segnalazioni confluiscono qui: forze dell’ordine, servizi sociali, istituti scolastici, denunce dirette. Il dato è realistico.

I numeri crescono: più violenza o più denunce?

Direi entrambe le cose, ma soprattutto una maggiore capacità di denunciare. Siamo su un trend stabile. Ritengo che il picco sia stato raggiunto, ma questo non significa che si possa abbassare la guardia.

Nel primo trimestre del 2026 i dati restano alti: che anno sarà?

I dati trimestrali sono ancora acerbi. Le valutazioni si fanno sull’intero anno. L’andamento conferma pressione costante.

Aumentano le lesioni tra conviventi: perché è un dato rilevante?

Perché sono reati spia. Episodi che aprono uno scenario e fanno presagire sviluppi più gravi. Il fatto che passino dalle 78 denunce del 2024 alle 107 del 2025 indica che le vittime intercettano prima il problema.

Perché lo considera un dato positivo?

Perché significa che c’è una presa di coscienza anticipata. Il reato di maltrattamenti presuppone una condotta reiterata nel tempo. Se si denuncia prima, al primo episodio di violenza, si può evitare che quella condotta si consolidi. In questo senso l’aumento delle lesioni tra conviventi è un segnale di maggiore consapevolezza.

Intervenire prima è più difficile?

È più delicato. Parliamo spesso di reati procedibili a querela, con il rischio di remissione. Ma intercettarli è fondamentale per prevenire escalation.

Oltre 200 archiviazioni l’anno: da cosa dipendono?

Dalla struttura dei reati. Servono condotte reiterate e prove solide. Un singolo episodio non basta per configurare maltrattamenti o stalking. A questo si aggiungono le ritrattazioni e le regole processuali che impongono una solida base probatoria già per sostenere l’accusa in giudizio.

Questo rischio può scoraggiare le vittime?

No. È meglio una denuncia in più, anche se archiviata, che una in meno che poteva evitare conseguenze più gravi. La denuncia resta uno strumento di tutela.

La distribuzione degli indagati resta stabile?

Sì. Circa il 60% italiani e il 40% stranieri. Ma il dato cambia per tipologia: nei reati sessuali si registra un’inversione, con circa il 60% di indagati stranieri. Nei maltrattamenti e nello stalking prevalgono invece gli italiani. È una fotografia che riflette il territorio.

I maltrattamenti in famiglia restano la voce principale. Cosa raccontano?

Raccontano fragilità diffuse. Non solo nei rapporti di coppia. Abbiamo avuto casi molto gravi tra figli e genitori. In un episodio un figlio, con problemi di droga, picchiava la madre e le chiedeva denaro: condotte che assumono anche natura estorsiva. Sono situazioni pesanti, che segnano profondamente.

Le misure cautelari in carcere sono poche e in calo. Gli arresti erano stati sedici nel 2024, scesi a tre lo scorso anno. Perché?

Perché devono rispettare criteri rigorosi: gravità del fatto, rischio di reiterazione, proporzionalità. Non se ne può fare un uso indiscriminato. Il calo indica anche che intercettiamo situazioni meno gravi, o più precoci.

E le misure alternative?

Divieto di avvicinamento e allontanamento dal domicilio restano strumenti centrali. Anche qui si registra una riduzione, praticamente dimezzati, ma sempre nel rispetto dei presupposti di legge.

Il braccialetto elettronico è efficace?

È uno strumento limitato, anche per disponibilità. Non incide in modo determinante rispetto alle misure tradizionali e presenta anche criticità operative.

Il nucleo specializzato cosa cambia davvero?

Cambia l’organizzazione del lavoro. Le due ufficiali – una carabiniera e una poliziotta – operano a stretto contatto con i magistrati, svolgono direttamente attività d’indagine e coordinano quelle sul territorio. Questo consente tempi più rapidi e decisioni più meditate. È un investimento su un settore che rappresenta una quota significativa del nostro lavoro.

L’appello finale a chi subisce violenza

Non bisogna avere paura di denunciare. Già quando le notizie arrivano è difficile intervenire; se non arrivano, la tutela diventa insufficiente. Denunciare significa attivare un sistema che può proteggere e intervenire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA