Lecco, operaio schiacciato da una lastra: condanna dopo otto anni

La Cassazione conferma un anno con pena sospesa al legale rappresentante della carpenteria. L’infortunio, avvenuto nel 2017, aveva causato l’amputazione della gamba al lavoratore.

Lecco

L’ultima parola l’ha avuta la Cassazione martedì 10 febbraio. A più di 8 anni di distanza dall’incidente sul lavoro che ha cambiato per sempre la vita di un uomo, oggi 72enne. I giudici della Suprema Corte hanno confermato la condanna sancita dalla Corte d’Appello di Milano a un anno con la pena sospesa nei confronti del legale rappresentante della carpenteria Cpw di Monte Marenzo per la caduta di una lastra di metallo del peso di oltre due tonnellate sulla gamba di un lavoratore, un saldatore della provincia di Bergamo, che ha subito una prima amputazione di parte del piede e una seconda fino a sotto il ginocchio.

Un fatto avvenuto il 25 settembre 2017 nello stabilimento della provincia lecchese e che aveva portato a una doppia assoluzione in primo grado dell’imputato e anche del datore di lavoro (per il quale l’assoluzione è stata confermata nei successivi passaggi processuali) dell’infortunato, il quale era assunto per una ditta esterna.

Ma l’iter giudiziario non è l’unico aspetto intricato della vicenda, sulla quale, come appreso da fonti legali, si era cominciato a indagare solo a un anno dall’accaduto.

Quel giorno del 2017, infatti, il saldatore era stato portato in ospedale in automobile da un collega, e non sull’ambulanza. Poco prima, l’uomo era stato incaricato di trasportare una barra di ferro agganciata a una calamita, tramite un carroponte condotto da un altro operaio. Qualcosa, durante questa manovra, era andato storto e il lastrone era caduto travolgendo l’arto inferiore del saldatore. Stando a quanto ricostruito negli atti, il ferito in ospedale aveva riferito quanto gli era successo, ma per qualche negligenza non chiarita, la segnalazione alle forze dell’ordine non era stata inoltrata, complice anche la circostanza del mancato arrivo in ambulanza, visto che i soccorsi non erano stati chiamati. Un aspetto sul quale sono state fatte domande nel corso dell’istruttoria, e sul quale sarebbe stato risposto che al ferito «andava bene così, per velocizzare l’arrivo in ospedale». Di fatto, all’epoca, era come se l’incidente non fosse mai avvenuto, dal momento che di quanto accaduto non era stata comunicata la relativa notizia di reato in procura. Perché si cominciasse a fare chiarezza, il bergamasco si era dovuto rivolgere a un legale. Gli accertamenti, però, erano stati avviati a un anno di distanza dal fatto e negli anni hanno subito moltissimi rallentamenti, dovuti alla complessità di un’indagine che parte con ritardo, al periodo del Covid, e ai molti avvicendamenti che si sono succeduti nel tempo tra pubblici ministeri. La prima pronuncia aveva portato alla doppia assoluzione, ma era stato proposto appello dalla procura, spalleggiata dai legali di parte civile. Si arriva fino al gennaio 2025 per la sentenza di secondo grado che ha ribaltato il verdetto relativamente al legale rappresentante, e ai giorni nostri per la Cassazione. Nei confronti dell’uomo è stata riconosciuta una provvisionale di 130mila euro, ma è ancora aperta la strada del giudizio civile. Il reato di lesioni gravissime è stato riconosciuto per aver affidato un compito a due lavoratori (anche quello che governava il carroponte) al di fuori della loro mansione. Quell’incarico, infatti, non prevedeva un patentino specifico, secondo quanto emerso, ma comunque necessitava di un addestramento specifico che non era stato somministrato.

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