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Martedì 09 Giugno 2026
Boscagli: «Sarò il sindaco di tutti. Lecco va ricucita partendo dall’ascolto»
Non promette rivoluzioni immediate, ma un cambio di metodo. Meno decisioni calate dall’alto, più dialogo con la città. Sul tavolo ci sono i dossier concreti: mobilità, sicurezza, casa, turismo, sviluppo economico, rapporto con Regione e Governo.
Lettura 5 min.Lecco
La festa è durata poco, almeno nelle parole. Filippo Boscagli arriva alla prima intervista da sindaco di Lecco con addosso ancora l’emozione della vittoria, ma già con il pensiero rivolto al lavoro che lo attende. Dopo sedici anni il centrodestra torna a Palazzo Bovara e lo fa con un risultato netto, costruito in una campagna elettorale che Boscagli rivendica come il vero punto di partenza del suo mandato: incontri nei rioni, ascolto delle categorie, confronto con associazioni e cittadini.
Non promette rivoluzioni immediate, ma un cambio di metodo. Meno decisioni calate dall’alto, più dialogo con la città. Sul tavolo ci sono i dossier concreti: mobilità, sicurezza, casa, turismo, sviluppo economico, rapporto con Regione e Governo. E c’è il Ponte Vecchio, diventato uno dei simboli della campagna elettorale, non solo per la viabilità ma per ciò che rappresenta: il rapporto tra chi amministra e chi ogni giorno attraversa, vive e subisce la città.
Nel racconto del nuovo sindaco entra anche una dimensione personale: il riferimento allo zio Giulio Boscagli, sindaco di Lecco dal 1986 al 1992, da cui Filippo dice di aver imparato un principio semplice e impegnativo: la politica non si fa mai da soli. E poi c’è il piano istituzionale, confermato anche dalla telefonata ricevuta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella serata della vittoria: un contatto che Boscagli legge non come un fatto personale, ma come l’occasione per riaprire un canale diretto tra Lecco e il Governo.
Sindaco Boscagli, che effetto le ha fatto questa vittoria?
«È stata una giornata incredibile. Alla sede del comitato sono arrivate centinaia di persone. La cosa più bella è che non c’erano solo partiti, candidati e futuri consiglieri, ma tanti cittadini normali. Persone contente per un risultato costruito in questi mesi, stando in mezzo alla gente. Dopo sedici anni senza una vittoria del centrodestra a Lecco, è stato un momento molto forte».
Se lo aspettava un risultato così netto?
«Dopo oltre 300 incontri in 60 giorni di campagna elettorale sentivo che c’era una risposta positiva. Non voglio sembrare arrogante, ma una bella risposta me l’aspettavo. Abbiamo incontrato tante persone, ascoltato problemi concreti, camminato nei quartieri e nei rioni. Credo che questo metodo abbia dato credibilità alla mia candidatura».
Il centrodestra a Lecco i numeri li ha spesso avuti, ma non sempre è riuscito a trasformarli in vittoria. Cosa è cambiato questa volta?
«È cambiato il lavoro fatto insieme. La mia candidatura è arrivata tardi, questo è vero, ma da quel momento è iniziato un percorso molto serio con tutte le liste. Ogni venerdì mattina, per mesi, ci siamo trovati a lavorare sul programma e sul metodo. Non è stato un semplice cartello elettorale. È stato un percorso condiviso, che ha coinvolto partiti, lista civica e tante persone che non avevano mai fatto politica prima. I 128 candidati delle quattro liste si sono sentiti parte di un progetto e hanno lavorato moltissimo. Questo ha fatto la differenza».
Anche al ballottaggio siete riusciti a tenere alta la mobilitazione.
«Sì, ed è un dato importante. Di solito ai ballottaggi l’affluenza cala molto. Noi invece siamo riusciti a mantenere e anche ad aumentare i voti del primo turno. Questo dimostra che si può ancora fare politica tra la gente. I social ci sono, ma il mondo reale è un’altra cosa. E la campagna elettorale, alla fine, mostra chi sei davvero».
Lei è entrato in Consiglio comunale giovanissimo. Che cosa significa oggi diventare sindaco?
«Non credo di averlo ancora realizzato del tutto. È stato un turbine di eventi, emozioni e fatiche. La politica è un cammino, un pezzo della vita. Ci sono state amarezze e soddisfazioni. Tutta la mia storia amministrativa, lunga vent’anni, mi ha portato qui. È un percorso coerente con quello che ho sempre cercato di fare: non lavorare mai da solo, ma coinvolgere le persone con cui costruire il futuro della città».
In questo percorso pesa anche il ricordo di suo zio, Giulio Boscagli, sindaco di Lecco dal 1986 al 1992.
«Sì, moltissimo. Lo zio Giulio per me è stato un riferimento importante. Da lui ho imparato soprattutto un metodo: non fare mai politica da soli. La politica si costruisce coinvolgendo, ascoltando, condividendo. Trovarmi oggi, tanti anni dopo, nello stesso ruolo che lui ha ricoperto è qualcosa che mi emoziona e che sento come una responsabilità ancora più grande».
Quali saranno i primi segnali concreti della nuova amministrazione?
«Prima di tutto voglio incontrare gli uffici comunali, capire le priorità e impostare un metodo di lavoro. Ho già chiesto di organizzare una serie di incontri con alcuni settori del Comune. I primi cento giorni saranno soprattutto una fase organizzativa, ma anche di ascolto. Voglio riprendere il dialogo con le associazioni di categoria, con chi lavora e con chi vive la città. I 300 incontri fatti in campagna elettorale non devono restare un episodio: devono diventare un metodo amministrativo».
Tra le questioni più attese c’è il Ponte Vecchio. Sarà davvero una priorità?
«Il Ponte Vecchio è stato uno dei temi simbolo della campagna elettorale, anche se non era il punto principale del programma. È diventato l’emblema di molte cose. La nostra intenzione è riaprirlo, ma non in modo casuale o ideologico. Non arrivo in Comune e firmo atti a caso. Bisogna confrontarsi con gli uffici, capire il metodo più intelligente e sostenibile per tenerlo aperto, valutare come garantirne la funzionalità. La direzione è chiara, ma governare richiede buon senso».
Perché proprio il Ponte Vecchio ha assunto un valore così forte?
«Perché parla del rapporto tra amministrazione e cittadini. Molti lecchesi hanno percepito alcune scelte come distanti dalla loro vita quotidiana. Il Ponte Vecchio è diventato il simbolo di una richiesta più ampia: essere ascoltati prima che vengano prese decisioni che incidono sulla mobilità, sui tempi, sulle abitudini e sul lavoro delle persone. Non è solo una questione di viabilità. È una questione di metodo».
Ha parlato spesso di “ricucire” la città. Da dove si parte?
«Dal fatto che l’avversario politico non è un nemico. Chiunque voglia collaborare al bene di Lecco deve potersi sentire accolto. Naturalmente i cittadini hanno scelto una direzione e io ho la responsabilità di governare, ma voglio valorizzare tutto ciò che di positivo la città può offrire. Non sono un rottamatore: quello che funziona verrà portato avanti, quello che va cambiato sarà cambiato con buon senso e ragionevolezza».
Nella serata della vittoria ha ricevuto anche la telefonata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Che cosa vi siete detti?
«È stata una telefonata molto bella, che ho apprezzato. Ma il punto non è il rapporto personale con la presidente del Consiglio o con questo o quel ministro. Il punto è che Lecco deve tornare a bussare alle porte giuste. Durante la campagna elettorale sono venuti rappresentanti del Governo e della Regione, e io ho sempre detto che non erano qui solo per fare campagna elettorale: erano il primo passo di un dialogo istituzionale. Ora quel dialogo va messo a frutto per il bene della città».
Quindi la telefonata di Meloni diventa anche un segnale politico e amministrativo?
«Diventa il segnale che Lecco può e deve riaprire un rapporto forte con i livelli istituzionali superiori. Non per appartenenza politica, ma per rispondere ai bisogni concreti della città. Se c’è la possibilità di parlare direttamente con il Governo, con i ministeri, con la Regione, questo canale va usato per Lecco. Penso alle infrastrutture, alla mobilità, alla casa, al turismo, alla sicurezza, allo sviluppo economico. Sono temi sui quali il Comune da solo arriva fino a un certo punto».
È questo che intende quando parla di Sistema Lecco?
«Esatto. Le sfide che abbiamo davanti non possono essere affrontate dal Comune da solo. Lecco è una città complessa, stretta tra lago e montagna, con problemi quotidiani molto concreti. Serve una rete tra Comune, Provincia, Regione, Governo, associazioni, categorie economiche e mondo produttivo. Il Sistema Lecco deve ripartire da qui: capire i bisogni della città e costruire risposte insieme».
Ha sentito anche il sindaco uscente Mauro Gattinoni?
«Sì, è stata la prima telefonata che ho ricevuto e l’ho molto apprezzata. Mi ha chiamato quando mancavano ancora alcuni seggi, ma il risultato era ormai chiaro. È stata una telefonata amichevole e istituzionale, come è giusto che sia in un passaggio di consegne tra persone che amano questa città».
Fare il sindaco cambierà profondamente la sua vita. Cosa l’ha convinta ad accettare?
«Ne ero consapevole. Ci ho pensato a lungo, perché è una scelta che coinvolge anche la famiglia e implica sospendere, almeno per cinque anni, un lavoro che amo. Ma tutta la mia storia personale e politica portava qui. Amo Lecco e credo che non esista un livello politico più concreto di quello del sindaco: sei a contatto diretto con le persone e puoi rispondere ai loro bisogni».
Che sindaco vuole essere?
«Voglio essere il sindaco di tutta la città, di chi mi ha votato e di chi non mi ha votato, anche di chi non è andato a votare. La campagna elettorale è finita. Ora inizia il lavoro. Voglio che chiunque abbia idee, competenze e voglia di contribuire al futuro di Lecco trovi un’amministrazione pronta ad ascoltare».
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