Doriana, la donna aggredita al Gombaro: «Non mi riconosco più»

A due mesi dall’episodio, parla la donna alla quale un 37enne congolese ha massacrato il volto senza motivo. «Ho ricevuto tanta solidarietà, ma provo vergogna e disagio»

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Sondrio

«Della persona che mi ha aggredito non penso niente, in questo momento. Sono concentrata su me stessa, sul mio recupero psico-fisico, questa è la cosa più importante per me in questa fase. Voglio recuperare me stessa e, naturalmente, credo ed ho fiducia nella giustizia che farà il suo corso. Preferisco parlare di me che di quella persona».

A dirlo è Doriana, la donna di 54 anni, residente a Sondrio, uscita di casa per una passeggiata in zona Gombaro intorno alle 17 del 3 aprile scorso, era il venerdì Santo, aggredita senza motivo da uno sconosciuto, un congolese di 37 anni richiedente asilo, che l’ha buttata per terra e poi colpita violentemente alla testa e al volto con una pietra fratturandole la mascella in quattro punti.

«Ancora adesso è difficile per me dire come sto – dice Doriana -, rispondendo alla nostra domanda sul suo stato di salute a quasi due mesi da quell’aggressione, perché non mi sento più la Doriana di prima e non riesco a capire com’è la Doriana di adesso. Da un punto di vista fisico continuo a mangiare liquido e semiliquido, ho perso peso e, quindi, sono sempre molto stanca, mi affatico facilmente e dal punto di vista mentale ho pochissima concentrazione». Doriana è seguita, anche dal punto di vista psicologico, dal team de “Il coraggio di Frida”, ha sempre vicino il marito e i suoi famigliari, ma, poi, è obbligata a fare i conti con se stessa a sforzarsi di affrontare la situazione e andare avanti. Lo fa molto bene, ma la mascherina non riesce a lasciarla mai, neanche in casa.

«Non voglio vedermi, il mio viso non è più esattamente quello di prima – dice -, mangiando tutto liquido anche i muscoli della faccia sono mutati, non riesco più a sorridere e se ci provo il sorriso è sbilenco. Non mi riconosco, provo un senso di disagio, tant’è che non passo più sulle strade su cui passavo prima, non frequento gli stessi bar e negozi, provo proprio disagio, direi vergogna». Il suo è ancora un percorso in salita, quindi, verso una completa guarigione, fisica e psicologica, e determinante in questa fase è la vicinanza delle persone e delle istituzioni.

«Ho avuto una solidarietà enorme da persone che nemmeno mi immaginavo – assicura -. I primi giorni di ospedale, prima dell’operazione, in cui ero a letto e non mi potevo muovere, neppure andare in bagno, ho passato del gran tempo a leggere i tantissimi messaggi giuntimi sul cellulare. Mi hanno dato una gran forza e ringrazio tutti. Poi ho incontrato Catia, la mia salvatrice, la donna che si è fermata non appena ha visto l’aggressore colpirmi al volto, l’ha distratto ed ha rischiato pure lei. È stata empatia all’istante con Catia, così come mi ha fatto molto piacere incontrare le forze dell’ordine in Questura pochi giorni fa. Le ho ringraziate per quello che hanno fatto, come ringrazio il personale sanitario e di supporto che mi è stato vicinissimo in ospedale e ringrazio il volontario della Croce Rossa che mi è stato vicino, al Gombaro, fino all’arrivo dei soccorsi e mi ha tenuto la mano. È un gesto bellissimo, per il quale gli sarò sempre grata». Cos’è, quindi, che è mancato, semmai, dal punto di vista istituzionale, le chiediamo, quindi. «Forse, dopo questi fatti, le vittime, la vittima, in questo caso – dice -, rimane un po’ sola. Ecco, aspetto ancora dei segnali concreti da parte delle istituzioni, di attenzione alle mie difficoltà e problematiche».

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