Sciopero dei medici di base contro i turni obbligatori nelle case di comunità

Dieci medici di Chiavenna spiegano i motivi della loro adesione: «Ci viene chiesto di svolgere obbligatoriamente ore aggiuntive nella Casa di comunità per assistere soprattutto turisti. È un servizio che può avere una sua utilità, ma che nella nostra realtà è poco richiesto e sottrae tempo alle attività che potremmo dedicare ai nostri assistiti»

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Chiavenna

Il malcontento è diffuso, ma se si tradurrà o meno nell’adesione allo sciopero nazionale indetto dallo Smi, Sindacato dei medici italiani, contro il debito orario nelle Case di comunità e il ruolo unico in medicina generale di oggi e domani, non è dato sapere.

Quel che è certo, perché è stato pubblicamente annunciato, è che sciopereranno i 10 medici di medicina generale che hanno costituito, alcuni anni fa, negli spazi dell’ospedale di Chiavenna, un ambulatorio medico avanzato, di gruppo, in cui turnare per assicurare per tutto il giorno un presidio di medicina di base in città utile a garantire risposte a tutti quegli assistiti rimasti senza medico dopo alcuni pensionamenti a catena.

Tantissime persone hanno trovato una risposta presso questi professionisti, che ricevono, oggi, ancora, negli spazi della Casa di comunità di Chiavenna, ma che si dicono preoccupati per le nuove regole introdotte in merito al loro funzionamento con riguardo ai servizi di medicina generale.

Ad astenersi dal lavoro per due giorni, «non a cuor leggero, perché sappiamo di creare un disagio alle persone che assistiamo ogni giorno», dicono, saranno quindi i medici Gianluca Canella, Domenico Chirico, Milena Fanetti, Andrea Ferrari, Carmen Geronimi, Damasio Goncalves, Ilaria Malusardi, Nury Pelaez Perez, Roberto Scaramellini e Patrizio Zuccarelli.

«Ci viene chiesto di svolgere obbligatoriamente ore aggiuntive nella Casa di comunità – dicono (da un minimo di tre a un massimo di sei alla settimana, ndr) – per assistere soprattutto turisti e persone provenienti da altre regioni, da altri Paesi o territori della Lombardia. È un servizio che può avere una sua utilità, ma che nella nostra realtà è poco richiesto e sottrae tempo alle attività che potremmo dedicare ai nostri assistiti. Non siamo contrari alla Casa di comunità – aggiungono -, né alla collaborazione con altri servizi sanitari, ma riteniamo che queste attività debbano essere organizzate in modo razionale e, quando aggiuntive, incentivate e non semplicemente imposte».

È vero che allo stato attuale Asst Valtellina e Alto Lario sta procedendo con elasticità, come più volte sottolineato dal direttore socio sanitario Roberta Trapletti, evitando di forzare la mano e chiedendo ai coordinatori delle Aft, Aggregazioni funzionali territoriali della medicina generale, divise per territori, di individuare le disponibilità per le coperture dei turni, ma è pur vero che un minimo di tre ore a settimana, fino a un massimo di sei, sarebbero da garantire e, soprattutto per i medici massimalisti, che sono tanti, con già 1500 assistiti, essere presenti in turno anche sulla Casa di comunità risulta gravoso e rischia di togliere spazio agli ambulatori territoriali e alle visite a domicilio.

«Il sindacato Smi non è più rappresentato in provincia – dice Marco Tam, in passato referente Smi provinciale ora Fmt -, però tutti possono aderire e lo stanno facendo in Valchiavenna, ma non escludo che possa esserci una partecipazione anche altrove. Il disagio dei medici è generalizzato, nessuno vuole sentirsi obbligato a fornire ore aggiuntive quando già non riesce a tener testa ai propri assistiti, tra l’altro a costi molto bassi per il settore pari a 38 euro lorde all’ora».

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