seicentoquaranta. Qui a lato il contatore scandisce impietosamente i giorni che mancano alla conclusione del cantiere per la variante della Tremezzina. Anzi no, che mancavano. Perché ieri nientemeno che l’ad di Anas ha detto che serviranno altri tre anni, che si finirà ad aprile 2031. E, udite udite, sono arrivati pure gli applausi degli amministratori locali. Perché, avranno pensato parlamentari, presidenti, sindaci & C., visto come è andata finora, se fosse rispettata questa nuova scadenza ci sarebbe da accendere un cero alla Vergine.
Tre anni. Pronunciati così sembrano quasi un dettaglio tecnico, una limatura del cronoprogramma. In realtà sono un macigno. Tre anni che si aggiungono a un’attesa già infinita, a una promessa continuamente rinviata, a un’opera che doveva rappresentare il riscatto della Tremezzina e che, invece, è diventata il simbolo nazionale dell’incapacità di rispettare tempi, impegni e parole.
Il punto, infatti, non è soltanto aprile 2031. Il punto è che anche il 10 aprile 2028 sembrava una data definitiva. Era scritta nero su bianco, accompagnata da rassicurazioni ufficiali, inserita nei documenti, ripetuta nelle riunioni. Oggi scopriamo - ma ahimè, non ne siamo sorpresi - che quella certezza valeva quanto le precedenti. E allora è inevitabile che ogni nuovo annuncio venga accolto con un misto di scetticismo e amarezza. Non perché si voglia essere pessimisti per partito preso, ma perché è la storia recente ad aver insegnato che, su questa vicenda, ogni certezza ha una data di scadenza.
Nel frattempo il conto continua a crescere. Non soltanto quello dei giorni. Anche quello economico. Dai 412 milioni iniziali si è ormai superata la soglia del mezzo miliardo di euro. Cinquecento milioni. Una cifra enorme che continua ad aumentare mentre l’opera resta incompiuta. Ogni ritardo costa denaro pubblico, ma soprattutto costa competitività, qualità della vita, credibilità delle istituzioni.
Perché la vera domanda non riguarda soltanto il cantiere. Riguarda un territorio intero. Quanto è costato in questi anni alle attività economiche? Quanto hanno perso alberghi, ristoranti, commercianti? Quanto tempo hanno buttato automobilisti, lavoratori, studenti, ambulanze, mezzi di soccorso? Quante occasioni sono state sacrificate sull’altare di una variante che avrebbe dovuto risolvere il problema e che, invece, lo ha moltiplicato?
A ogni estate si ripete lo stesso copione. Code interminabili, autobus bloccati, camion incastrati, residenti ostaggio del traffico e turisti increduli davanti a un imbuto che appare inspiegabile nel cuore di uno dei luoghi più conosciuti del pianeta. Il lago di Como continua a essere la cartolina dell’Italia nel mondo, ma la Tremezzina resta la fotografia di un Paese che fatica terribilmente a trasformare un progetto in realtà.
Le spiegazioni tecniche non mancano. L’arsenico naturale. Gli idrocarburi. Le varianti. Le complessità geologiche. Tutte motivazioni reali, sia chiaro. Ma proprio perché reali avrebbero dovuto essere conosciute, valutate e affrontate molto prima. Le grandi opere non possono essere costruite sulla speranza che tutto fili liscio. Servono progettazioni accurate, valutazioni preventive, margini per gli imprevisti. Altrimenti ogni difficoltà diventa una giustificazione e ogni rinvio una conseguenza inevitabile.
Colpisce, semmai, il clima quasi liberatorio con cui è stata accolta la nuova scadenza, la promessa che arriveranno duecento persone a lavorare. Come se il problema non fossero i tre anni in più, ma il fatto di avere finalmente una data. È la fotografia di un territorio che, dopo anni di delusioni, ha abbassato le aspettative fino ad accontentarsi di una promessa. È comprensibile, ma non può diventare la normalità. Perché la normalità sarebbe un’altra. Sarebbe pretendere che chi annuncia una data la rispetti. Sarebbe chiedere conto delle promesse mancate. Sarebbe considerare eccezionale un ritardo di tre anni e non archiviarlo come un inevitabile incidente.
Questo giornale continuerà a fare quello che ha sempre fatto: contare i giorni, documentare i lavori, raccontare i ritardi, dare voce ai cittadini. Non per spirito polemico, ma perché la memoria è l’unico antidoto contro la rassegnazione. Se oggi si può parlare di aprile 2031 è anche perché nessuno ha smesso di ricordare aprile 2028.
Il nuovo conto alla rovescia può ricominciare. Ma questa volta non bastano le parole. Servono fatti. Perché la Tremezzina ha già pagato abbastanza. E perché il territorio non merita l’ennesima data da cancellare con un tratto di penna quando arriverà il prossimo tavolo di regia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA