Giravolte lecchesi nel segno di vannacci

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Uno sboccato, berciante grido di battaglia ha accolto l’adesione del giovin Fiocchi a Futuro Nazionale. “Le armi le avevamo già, ora abbiamo anche le munizioni” vergato dal Rambo in salsa toscana Roberto Vannacci condividendo sui social la notizia data in anteprima dal nostro sito sul cambio di rotta ancor prima della partenza del più votato alle ultime elezioni amministrative fra i candidati di Fratelli d’Italia.

Più che il motto di un generale ci è suonato come il comando di un sergente di ferro. E per me, in particolare, che non ho mai giocato con i soldatini e che ho sempre consigliato ai miei giovani colleghi di stare lontano dal gergo bellico, soprattutto con questi scuri di luna e di evitare persino il termine “guerra” in ambito sportivo, il pensiero stupendo del filosofo al contrario andrebbe sepolto con una risata collettiva.

La biografia di Vannacci ormai è patrimonio nazionale, del quale bisognerebbe vergognarsi o meglio ignorarla come un temporale di mezza stagione. Ma la verità è un’altra: l’aria che tira sembra portare vento in poppa al mangiafuoco, sedicente eroe di ogni teatro dove cade un missile. Valga per tutti la dichiarazione da lui stesso manifestata all’ambasciatore italiano in Russia Giorgio Starace all’indomani dell’invasione di Putin in Ucraina: “I russi entreranno come un coltello nel burro e in un paio di settimane avranno raggiunto Kiev e ottenuto la capitolazione di Zelensky». Ciascuno è in grado di far di conto.

Messo ko dal calendario, davvero si fatica a capire quale sia il mastice del suo proselitismo. A me in particolare spiace che, di là dai fuochi personali, la vicenda scalfisca e incrini la bella tradizione dei liberali lecchesi incarnata dal senatore Pietro Fiocchi che fu per lustri e lustri l’uomo di punta del Partito Liberale di Giovanni Malagodi. Fu anche lui consigliere comunale, spiccando per stile e passione, anche dai banchi dell’opposizione, senza mai sognarsi di aspirare a una poltrona la quale che fosse. Semmai c’è una dimenticanza, lunga oltre mezzo secolo: nessuna amministrazione, di nessun colore gli ha mai riconosciuto la benemerenza cittadina, quel ‘Nicolino d’oro’, che non è stato negato a nessuno. Non credo che la ribellione di Paolo Antimo sposterà gli equilibri meritatamente conquistati dal centrodestra guidato da Filippo Boscagli. Ma non se ne può fare un problema di tabelline perché, semmai, è in gioco quel granello di coerenza che dovrebbe resistere alle mode specie quando il sarto ha saputo indossare solo divise.

Certo, la politica nel nostro Paese, ci ha abituato a capriole che neanche al circo Togni. E non abbiamo remore a citare cambi persino ideologici dalla sera alla mattina. C’è il caso lecchese di Ugo Bartesaghi che ha fatto scuola ma nel segno della sofferenza e di una coerenza personale, parente stretta dell’etica e persino delle convinzioni religiose. Avrei un intero quaderno di annotazioni su quella vicenda, ma non è ora di confondere storia e strategia con la meschinità dei calcoli di bottega. E di seggio. Tra l’altro, visto che di tanto in tanto qua e là affiora qualche “giovane vecchio” che sproloquia di antifascismo, sarà bene ricordare una volta per tutte che nella nostra città quel germe, o meglio quel virus, non ha mai attecchito se è vero che dagli anni Cinquanta in poi il Movimento sociale italiano otteneva in consiglio comunale un risicato posto per l’avvocato Nino Somasca, un colto e signorile uomo di destra che fascista era e si dichiarava, ma senza manganelli e germogli facinorosi al seguito.

Certamente qualcuno potrebbe obiettare che il nostro è il Paese delle folgorazioni sulla via della protesta e della ribellione contro i poteri costituiti. C’è solo l’imbarazzo della scelta: dal “vaffa” di Beppe Grillo, all’impennata di Matteo Renzi, ai pieni poteri di Salvini, all’ascesa manettara del commissario Di Pietro per finire appunto con il generalissimo che magari di quinto nome fa Franco. Conosciamo l’epilogo di queste vertigini da consenso, un effetto sbornia destinato a lasciare in eredità soprattutto il mal di testa. Si badi bene: avendo attraversato con panni diversi oltre mezzo secolo di storia repubblicana ci vien da dire che nel nostro vocabolario le parole scandalo o sorpresa sono state ampiamente abolite. Eppure restiamo convinti, e passatisti non siamo, che nei contenuti e nello stile anche le più celebri giravolte, magari all’interno di uno stesso partito, avevano un’anima senza la quale si finiva nel perimetro del codice penale. Ma quello è un altro capitolo che tocca ai magistrati scrivere e non ai giornalisti forcaioli. Per concludere, mi soccorre uno degli scrittori più amati, quell’Honoré De Balzac che paragonava gli arrivisti, meglio i parvenu, alle scimmie “delle quali hanno l’agilità: durante la scalata si ammira la loro destrezza, ma una volta che sono arrivati in cima, non se ne vedono che le parti vergognose”.

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