Editoriali / Lecco città
Martedì 26 Maggio 2026
I due sfidanti, ora servono ago e filo
Le urne hanno parlato. Ballottaggio. Per la corsa alla fascia da sindaco di Lecco non c’è un vincitore. Certo, c’è un parziale favorito, dal momento che Filippo Boscagli riparte ora dal 48% dei voti e da un vantaggio di 1.400 consensi reali sul sindaco uscente, Mauro Gattinoni. Ma è solo il primo atto di un match che si profila molto più lungo e serrato. Le prossime due settimane, c’è da scommetterci, saranno ancora più ruvide e nervose. Gonfie di quei veleni reciproci che questa campagna elettorale aveva fin qui risparmiato al dibattito pubblico. Perché il mosaico del voto lecchese è andato componendosi come una tempesta perfetta verso un ballottaggio dal sapore amletico. Ai candidati che ora accedono al ballottaggio serviranno due semplici oggetti. Ago e filo.
C’è tanto da cucire e ricucire, e nessuno può permettersi il lusso di essere la Penelope di se stesso: tessere di giorno e disfare di notte. Sarà un’altra partita sul filo del rasoio, un’altra conta fino all’ultima scheda.
Partiamo da Gattinoni. Il sindaco uscente ha un solo obiettivo: conquistare con ogni mezzo i 1.200 voti di Mauro Fumagalli, il candidato centrista. Che, ironia della sorte, corrispondono quasi esattamente al distacco da rimontare su Boscagli. Diciamo con ogni mezzo, perché sul campo c’è un convitato di pietra: l’apparentamento formale di Orizzonte per Lecco con il centrosinistra. Sei anni fa, dopo i tira e molla con Appello per Lecco, era stato sufficiente scommettere sul naturale deflusso dei voti civici verso Gattinoni. A questo giro, i margini sono decisamente più stretti e labili. Orizzonte per Lecco ha senza dubbio fatto flop, ma quel 5% è lì sul piatto. Lo strappo con quel mondo civico, a differenza del 2020, non è più personale. Ma è politico, e riguarda l’eredità di Virginio Brivio e un metodo di lavoro amministrativo. Se Gattinoni intende ricucire questo strappo politico, serve una strada politica. Ago e filo, appunto, e un apparentamento. Operazioni di marketing elettorale sarebbero, al contrario, vissute come pallide scorciatoie.
Filippo Boscagli, dal canto suo, ha pressoché esaurito il suo compito. Paradossale dirlo ora, ma è la verità. Nonostante i ritardi, le contraddizioni, lo stillicidio di voci dissonanti che ha preceduto l’ufficialità della sua candidatura, è riuscito nell’impresa di offrire al campo conservatore una candidatura serena ed equilibrata, nella quale le forze in campo sono riuscite a riconoscersi senza strappi e faide reciproche. A questo punto, però, la palla passa nel campo dei partiti. Undicimila voti possono essere sufficienti per vincere, ma l’esperienza del 2020 (i famosi duemila voti in meno tra un turno e l’altro per Peppino Ciresa) insegna che vanno prese e riportate alle urne, una per una. Serve più impegno, più risorse, più strategia di quelle messe in campo sei anni fa. Serve ago e filo per ricucire strappi e veleni e diventare, davvero, una coalizione. Uno sforzo che, più che a Boscagli, tocca ora ai partiti. A quegli stessi partiti che fino a sei mesi fa erano capaci di votarsi contro nel segreto dell’urna (vedi franchi tiratori alle provinciali), ma che ora sono al banco di prova decisivo della loro maturità.
Certo, ora la palla passa al ballottaggio. Che è un altro torneo, un altro mondo. Il primo turno è centrifugo, “targettizzato”. I candidati creano, costruiscono e raccolgono i frutti delle rispettive parrocchie e comunità politiche. Lo strumento delle preferenze incrementa la catalogazione raffinata dei gusti politici dei lecchesi. Il ballottaggio è il contrario, è la pesca a strascico, il momento nel quale i candidati puntano a rendersi appetibili ai moderati e agli indecisi. Il tempo del pendant su tutte le idee. Vincerà (ai punti, c’è da scommetterci) chi saprà investire meglio il proprio appeal e le proprie energie sul terreno vergine della statura istituzionale, dell’identikit moderato.
Il secondo tempo è appena iniziato.
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