Il futuro della lega e quello di salvini

Lettura 2 min.

In politica gran parte delle sconfitte traggono origine dalle urne benché non manchino quelle che nascono da errori di valutazione che possono cambiare il corso della storia di un partito o di un leader. Matteo Salvini ne sa qualcosa. Fino all’agosto 2019, il leader della Lega aveva compiuto un’impresa che si potrebbe definire straordinaria. Aveva preso un partito ridotto ai minimi storici, ne aveva cambiato i connotati facendolo traghettare dal regionalismo padano al nazionalismo sovranista. Si trattò di una metamorfosi radicale che portò i “lumbard” ad una vera e propria mutazione genetica. L’operazione, sicuramente temeraria, si rivelò un successo. La Lega riprese quota espandendo i propri consensi perfino nel Mezzogiorno, ritenuto, dal Senatur, terra di guitti e di “terroni” (hic sunt leones).

Il primo governo Conte rappresentò l’apice di quella parabola: poi, arrivò il Papeete. Abbacinato dai sondaggi che lo volevano a Palazzo Chigi, Salvini fece saltare il governo con il chiaro obiettivo di infliggere il colpo di grazia ai 5 Stelle. Ma non aveva fatto i conti con l’astuzia di Beppe Grillo il quale, per evitare le elezioni, non esitò ad allearsi con il Pd scaraventando il leader leghista all’opposizione. Successivamente, per volere di Giorgetti, la Lega decise di sostenere il governo Draghi finendo per regalare a Giorgia Meloni quella rendita di posizione che le consentì di vincere le elezioni e diventare premier. Questo è l’esatto momento in cui il leader della Lega si è visto costretto a scegliere tra il recupero della dimensione autonomista e la sfida sul terreno sovranista. Sappiamo tutti qual è stata la scelta di Salvini al quale l’arrivo di Roberto Vannacci sembrò offrire una sponda gradita e inaspettata. Il successo editoriale del generale e la sua capacità di mobilitare una parte dell’elettorato vennero letti come l’occasione per contendere a Giorgia Meloni la leadership della destra identitaria.

A posteriori, risulta chiaro che Roberto Vannacci ha utilizzato la Lega come mero trampolino di lancio: ha ottenuto un seggio nel Parlamento europeo, ha costruito sapientemente un profilo nazionale e ha fondato un suo partito. Se vogliamo, si trattava di un finale già scritto. Oggi la Lega è prigioniera di una contraddizione che appare sempre più difficile da dipanare. Fuori dal partito, Salvini deve contendere il medesimo spazio politico a Giorgia Meloni e a Roberto Vannacci. Dentro il partito, deve contenere la crescente insofferenza dei governatori del Nord e di quella classe dirigente che, nel ritenere esaurita la stagione del sovranismo, chiede imperiosamente di tornare alle battaglie storiche dell’autonomia. Il punto è che non si può essere contemporaneamente il partito del Nord e il partito della nazione.

La sensazione è che il vero problema non riguardi tanto le sorti della Lega quanto quelle personali di Matteo Salvini. Si tratta di un’ipotesi che circola tra i leghisti della prima ora che disapprovano il perdurante immobilismo del partito. In proposito, occorre rilevare che sono in tanti a credere che l’obiettivo primario di Salvini sia, ormai, quello di conservare il controllo di un partito personale capace di garantirgli la sopravvivenza politica. In verità, una simile chiave di lettura, apparentemente peregrina, consentirebbe di capire le ragioni della strenua opposizione di Salvini alle preferenze che potrebbero minare il potere tetragono di un gruppo dirigente composto in larga misura da anonimi cacicchi fedelissimi al Capitano. La storia politica italiana insegna, tuttavia, che i partiti personali prosperano finché resta in auge il loro leader di cui finiscono ineluttabilmente per riprodurre la parabola discendente. È accaduto a Forza Italia e potrebbe accadere anche alla Lega.

Il paradosso, allora, è tutto qui. L’uomo che aveva trasformato la Lega nel primo partito d’Italia, oggi rischia di essere percepito dalla base storica del suo partito come l’artefice di un fortino costruito per garantire la propria permanenza sulla scena politica. Come diceva il divino Giulio, a pensar male si fa peccato, ma si azzecca sempre.

© RIPRODUZIONE RISERVATA