Editoriali / Lecco città
Martedì 09 Giugno 2026
Il Pd come Dorian Gray: l’eredità di Gattinoni
C’è una geometria che regna talvolta sulle vicende politiche. Risultati che fanno giri larghissimi e poi tornano alla base. La sconfitta di Mauro Gattinoni è stata netta, ma onorevole. L’ex sindaco ha recuperato mille voti, e in dieci giorni di più non si poteva fare. Per una volta, però, la destra locale non si è liquefatta al momento decisivo. Risultato: Gattinoni approda alla sua stessa quota di voti nel ballottaggio 2020 (10.900), Boscagli raggiunge la soglia toccata da Ciresa al primo turno 2020 (11.800). Fine. Mosaico che si completa e chiusura del cerchio. Secondo atto di un’unica storia, ritorno di marea dopo l’anomalia politica dei 31 voti (e dei 1.800 voti persi da Ciresa).
Filippo Boscagli è stato l’uomo giusto al momento giusto. Ha riportato cielle dentro la politica lecchese (da qualche anno il contributo del movimento alla causa era piuttosto ondivago), ha rasserenato le correnti interne a Fratelli d’Italia, ha stoicamente sopportato il controcanto leghista locale e il lassismo dei vertici regionali e nazionali del suo stesso partito. Per non parlare delle crisi di nervi interne a Forza Italia.
Ora, è evidente che tutto questo è, al momento, soltanto polvere sotto il tappeto. Boscagli non è tanto ingenuo da pensare che un patto tra persone mature durante una campagna elettorale equivalga a un progetto politico già bell’e strutturata. Anzi, costruirlo nel corso di cinque anni è la sfida che lo attende. Il centrodestra oggi è un cartello elettorale. Vincente, ma pur sempre un cartello. La strada per essere coalizione, e poi addirittura comunità politica è lunga e lastricata di inside. Ma, questo è il dato che emerge dal voto, Boscagli è uno del quale le correnti e i partiti non hanno timore. Non hanno timore di affidargli consenso e rischiare di vederselo sottratto, non hanno timore di scoprirlo improvvisamente consacrato alla causa d’altri, non hanno il timore di vederlo imbrigliato da interessi personali. E hanno ragione: Boscagli è un’altra storia rispetto a simili timori. Governare, però, è un campionato diverso.
E a sinistra? La sconfitta di ieri non è la fine di Gattinoni, ma è certamente la fine della scommessa orchestrata dal Pd lecchese. O, per meglio dire, di quella straordinaria coperta di Linus che è stato il cerchio magico di Gattinoni per il partito di maggioranza in città.
I dem hanno ora l’occasione di guardarsi allo specchio. Ed è un’immagine distorta, come il ritratto di un Dorian Gray politico. Rappresentanti e classi dirigenti che per sei anni hanno distolto lo sguardo dall’invecchiamento di un progetto politico locale, mentre l’immagine esterna e patinata propugnata dall’amministrazione illudeva circoli e assemblee di essere ancora sulla cresta dell’onda, di saper governare i cambiamenti della città e del territorio. Il Pnrr ci ha messo il carico da novanta: la litania delle 130 opere per 102 milioni (propagandata in tutte le salse in campagna elettorale, salvo poi capire che non fruttava un voto) ha chiuso le porte alle domande più importanti: quale città vogliamo essere tra dieci anni? A quali pezzi di società vogliamo parlare? Qual è la strada che solo noi sappiamo trovare per arrivarci? In una reazione a catena sempre più contraddittoria, il modello di consenso della giunta si è trasferito al Consiglio, e dal Consiglio agli organi di partito. Le voci dissonanti sono state emarginate, le richieste di trasparenza interpretate come lesa maestà. Pezzi di città sono stati sacrificati sull’altare dei tempi e dell’efficienza. Il primato su molte reti territoriali è stato disperso. Ma non era questo il partito che era uscito dai primi dieci anni di governo della città. La sconfitta di ieri può contribuire a riavvolgere il nastro, a tornare a un confronto reale, a una sommatoria di visioni e non solo a messaggi a reti unificate.
Nel complesso, il voto di ieri affida ai protagonisti della scena politica locale più rebus e responsabilità di quanti non ne avessero a inizio campagna. Ma è il senso del voto. E’ la democrazia, bellezza.
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