La legge elettorale e i soliti conflitti

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Ora che la legge elettorale è stata approvata, l’aria che si respira è decisamente quella tipica della campagna elettorale. Naturalmente c’è il passaggio della Corte Costituzionale, ma persino alcuni dei firmatari dei ricorsi ammettono di non attendersi che la Consulta demolisca la legge (già passata al vaglio del Quirinale e firmata da Mattarella in tempi rapidi). Dunque, ci si prepara al voto nella tradizionale conflittualità tra alleati, e questo complica chi ancora non si è attrezzato alla prova: questo handicap di partenza riguarda soprattutto il campo largo che non ha deciso come arrivare a scegliere il suo candidato premier e, prima ancora, non ha trovato l’accordo sul programma. Qualche giorno fa, sul palco della festa del Manifesto Elly Schlein si è detta fiduciosa che «in una notte» si potrebbe arrivare alla firma del testo; Conte – pur facendo fretta – ha parlato di due settimane. La verità è che su molti punti il Pd in versione Schlein, il M5S e Avs sono già d’accordo confermando quel che va in giro dicendo Bersani: «Io ormai non distinguo più chi è del Pd è chi è dei Cinque Stelle». Si può aggiungere anche la vecchia sinistra radicale di Bonelli&Fratoianni: quando hanno detto che in un ipotetico primo consiglio dei ministri della sinistra vorrebbero disdire l’accordo sul riarmo e riconoscere lo Stato di Palestina, nessuno li ha smentiti.

Il problema vero è l’Ucraina: siccome tra appoggio con armi a Kiev e mancato appoggio con armi a Kiev non c’è mediazione possibile nei fatti e nessuno vuole rinunciare alla sua posizione, ci si avvia probabilmente ad un testo concordato di compromesso puramente verbale, e vedrete che la parola «armi» sparirà. Poi in concreto, dovesse vincere le sinistra, si vedrà come si comporteranno. C’è poi anche la grana Renzi: lui si considera ormai «dentro» il campo largo ma sconta l’opposizione fortissima di M5S e Avs e l’imbarazzo di Schlein: anche qui, questione sospesa. Quanto infine al ruolo dei centristi (da ultimo il movimento «Più Uno» di Ruffini e Gabrielli) la segretaria del Pd non perde occasione per sminuirne il contributo: «Non si vince al centro», ripete.Le beghe del centrodestra sono di altra natura: lì la leadership di coalizione è forte, il partito di maggioranza è saldamente in testa, semmai i problemi riguardano le posizioni interne dei capi dei partiti minori: Tajani che sente da vicino la concorrenza del governatore Occhiuto, Salvini che deve riuscire a neutralizzare la contestazione interna e cerca un’altra incoronazione congressuale. Semmai ora la discussione è sulla prossima legge di bilancio: i partiti tendono a spararle grosse per radunare il consenso dei vari segmenti sociali ma il menu a tavola è molto dietetico: in audizione parlamentare Giorgetti ieri ha fatto appello al senso di responsabilità di tutti perché i margini per le promesse sono ristretti. Detassare le tredicesime o ampliare la flat tax per le partite Iva come chiede Salvini non sarà facile: bisogna assolutamente uscire dalla procedura d’infrazione e al prossimo check stare assolutamente sotto il 3% del rapporto deficit-Pil. La contesa si sposta allora su Milano: i tre partiti hanno tre candidati sindaco, nessuno vuol fare marcia indietro e non c’è accordo sulle primarie. Il centrodestra però può consolarsi perché neanche dall’altra parte la sinistra ha deciso alcunché.

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