Piegato in panchina, il volto seminascosto dai capelli zuppi di sudore. La mano sulla fronte e i pensieri rivolti al ranking. Numero uno, lui. Numero ventisei, il suo avversario. L’immagine di Sinner in crisi fisica sulla terra rossa del Roland Garros è già una delle più iconiche del tennis contemporaneo. Non solo per il caldo e per il mistero del malessere fisico che colpisce ormai troppo frequentemente il povero Jannik. C’è del dramma puro nel tennis. Sinner è fisicamente a un sospiro dalla vittoria. La sfiora, la sta per toccare. Ma è anche consapevole di non poterla più raggiungere, di non potercela più fare. Perché nel tennis non importa essere arrivati a un passo dalla vetta. Non puoi difenderti, non puoi fare catenaccio. Non c’è nulla di acquisito che tu possa volgere a tuo favore. La palla successiva è una nuova sfida, si parte da zero.
Si parte da zero. In politica, è anche il senso di un ballottaggio. Qualche neofita potrebbe essere tentato di dare per scontato che il secondo turno alle amministrative sia solo la gara di ritorno. Oppure, peggio ancora, che sia un modo per aggiungere tanti o pochi voti a un montepremi già raggranellato.
Prima cosa, quando il ballottaggio è tra due candidati che hanno entrambi superato il 40%, quello è il momento in cui i voti si levano, e non si aggiungono. E vince, casomai, chi è capace di farsene levare di meno. Secondo, il ballottaggio è un altro torneo, con altre regole. Nel primo turno si gioca a vestire i panni dei crociati, degli “uomini sandwich”. C’è un voto di lista, un voto di preferenza, un voto di coalizione. E tutti questi tasselli compongono il mosaico di un candidato sindaco. Nel secondo turno, il candidato di cui sopra è un uomo solo. Il suo nome è inerme e isolato nell’horror vacui della scheda elettorale. Filippo Boscagli e Mauro Gattinoni. Fine dei giochi, non ci sono altre parole, altri simboli, altri quadrilateri.
Ovviamente, nessuno vuole appioppare a Boscagli la controfigura di un Sinner in crisi, ci mancherebbe. Anzi, il nuovo appuntamento con l’onda gialla, gli eventi di popolo fuori dalla sede elettorale, i video sempre più assertivi, l’entusiasmo crescente, e ovviamente la quota clamorosa di voti al primo turno (oltre 11mila, per il 48%) parlano di un candidato in ottima forma. La metafora tennistica dice casomai che la gara non è scontata. E, anzi, c’è da scommettere che la bilancia giocherà fisiologicamente riposizionarsi tra i due schieramenti. Chiunque vinca, vincerà con uno scarto contenuto. Lo sa Boscagli, e lo sa Gattinoni.
Del resto, lo sosteniamo da tempo: questa competizione elettorale si sta sempre più connotando come il secondo atto del 2020. Gran parte dei protagonisti è ancora in campo, le dinamiche della campagna elettorale sono state simili e in gioco, proprio in queste ore, ci sono i voti chiave di una terza lista civica e centrista. Sei anni fa, i partiti che avevano trovato in Peppino Ciresa un nome azzeccato per trovare la sintesi tra le rispettive crepe, non riuscirono poi a serrare i ranghi nel momento decisivo. Il dissanguamento elettorale (propiziato dalle ferite di qualche intervista istintiva e da una strategia comunicativa un po’ troppo votata alle photo opportunity), contò un passivo di duemila voti. A questo giro, l’affluenza calerà ancora, è un dato certo. Per ragioni prettamente epidermiche (l’idiosincrasia dei neonati partiti autonomisti verso la Lega salviniana), Boscagli non potrà contare su un gran numero dei voti di Colombo e Losi.
Resta il fatto che undicimila voti bastano e avanzano per vincere. Mille voti in più sono una cifra enorme per Gattinoni, fermo appena sotto la quota diecimila. Potrebbe farcela, ma servirebbe una strategia comunicativa di ampio respiro, di nuovo protagonismo delle visioni che, ci sia consentito, non è certo quella di scattare foto a tradimento dentro una moschea.
Se Boscagli tiene i suoi voti, vince. E vince in carrozza. Ma, e qui sta il punto, i voti di Boscagli non sono “del tutto” i suoi. Sono soprattutto i voti di Piazza (tutti e due), di Zamperini, di Fiocchi (tutti e due), della maggioranza di FdI e pure della minoranza, di cielle (a proposito, che ritorno di fiamma in città), di Caterisano, di Colella, di Cesana e di qualche società sportiva del Bione, di Fortino e della galassia paritarie. E via discorrendo. Sono voti saldi e convinti finché restano nelle mani dei “colonnelli”, dei mediatori. Ma ora, a differenza di sei anni fa, la camera di manovra della chiusa nel centrodestra deve far risalire l’acqua del consenso fino al livello richiesto. Il maledetto 50%. La gente deve tornare, e solo per mettere la croce su Boscagli.
L’istantanea che fotografa Gattinoni è piuttosto diversa. Ha incassato un cazzotto che non pensava di ricevere: i 102 milioni, le 130 opere, la narrazione rossoazzurra non gli sono fruttate un singolo voto in più di sei anni fa. Però ha un punto di forza, e gli va riconosciuto. I voti che ha preso sono suoi. A parte sporadiche eccezioni, le matite che hanno scritto Sacchi, Regazzoni, Cattaneo, Fazzini, Manzoni, Zuffi hanno in controluce scritto anche Gattinoni. Sono consensi che gli appartengono. Non ha bisogno di chiederli nuovamente, è già sicuro di rivederli alle urne.
E allora la partita è tutta qui. Boscagli riuscirà a non perdere nemmeno uno dei suoi undicimila voto? Gattinoni riuscirà a raggranellare tutti i mille e più voti che gli servono? Chi avrà risposto sì alla domanda, avrà anche vinto Palazzo Bovara. Tra nove giorni esatti.
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