Editoriali / Lecco città
Sabato 13 Giugno 2026
Quell’ultima lettera del sindaco uscente
Nelle scorse ore, Mauro Gattinoni ha diffuso sui social un’ampia e personale riflessione sul voto. Al netto di qualche rivendicazione che ha ancora un po’ il tono della campagna elettorale, sono parole ponderate e dalle quali emerge, ci si consenta il termine, anche un carico di personale sofferenza. Che, senza mezzi termini, dichiariamo di rispettare e comprendere. Il testo firmato dall’ex sindaco arriva di fatto dopo quattro giorni di assoluto silenzio e all’indomani di una tornata elettorale che – e questo è palese – ha del tutto sorpreso Gattinoni e il suo giro, tanto al primo turno quanto al ballottaggio. Nessuno di loro si aspettava di stare sei punti sotto una coalizione messa in piedi a due mesi dal voto. Nessuno di loro si attendeva di recuperare soltanto 500 voti a una coalizione che, dice Gattinoni nel suo messaggio, non ha visioni ma solo una somma di interessi particolari.
La personale sofferenza dell’ex sindaco ha, in questo senso, tratti molto diversi da quella espressa a più riprese in questi giorni dai partiti e dai candidati consiglieri di centrosinistra. Per questi ultimi, in fondo, si è trattato di una delusione elettorale – e quindi, in qualche misura, collettiva - che ha più che altro a che fare con una relazione interrotta con la città e forse con la percezione improvvisa di un cambio di vento della politica locale. Per Gattinoni è diverso, è un fatto personale. E lo si intuisce da parecchi passaggi dell’incipit (il contenuto del post è riportato nelle pagine di cronaca di questo giornale). Dopodiché, sempre nel testo, segue un distillato di visioni ormai cristallizzate in risultati, di risposte più o meno indirette alle varie analisi della sconfitta (anche a quelle che arrivavano da sinistra). Il tutto riassumibile nella rivendicazione di aver offerto un orizzonte di senso – e qui citiamo, riassumendo - alla città, al bene comune, alle giovani generazioni, alle fragilità materiali o culturali, all’abitabilità di Lecco.
C’è un dato che merita attenzione. In tutto il testo compare due sole volte la parola politica. Prima: “L’ascolto è fondamentale, ma la decisione politica non può consistere nella risultante delle differenti istanze”. Seconda: “Senza una unitaria visione di Politica, resterebbe solo il reale disinteresse ben nascosto dietro un simulacro retorico dell’ascolto”.
Ora, qui bisogna intendersi. La politica è senza dubbio la responsabilità (gravosa, a tratti drammatica) di trovare il modo corretto per portare a compimento un’azione di governo. In questo senso, è vero, il mandato di un sindaco esige di giungere al momento della scelta, al termine di ogni interpellanza. Ma la politica è anche qualcosa di più. Potremmo definirla la strada attraverso la quale i differenti interessi di una città si riscoprono soggetto attivo dentro la cornice di una comunità. In fondo, è lo spirito di servizio grazie al quale un amministratore riesce a lasciarsi attraversare da idee e bisogni collettivi per trarne, come un prisma, l’iride di un percorso collettivo. In questo senso, l’ascolto non è un simulacro vuoto. Ed è proprio la differenza tra le varie istanze a comporre il quadro e ad assestare la bussola. Se così non fosse, significherebbe che esiste una visione privilegiata, aprioristica e intangibile, che ha la sola pretesa di intercettare il consenso della maggioranza.
A ben pensarci, è esattamente quello che ha fatto il centrosinistra in questa campagna elettorale. Spiegare ai lecchesi per quali inoppugnabili ragioni dovessero abbracciare la loro visione, anzi il loro rendiconto politico. E non viceversa. Che la destra sia ancora un cantiere, un cartello elettorale, un personaggio in cerca d’autore, è un dato di realtà. Ci mancherebbe. In questo senso, la sfida di Filippo Boscagli è enorme, e forse non vale nemmeno la pena di considerarla un obiettivo percorribile nell’arco di cinque anni di mandato. Eppure, quel cartello elettorale ha tarato il proprio programma sulle “diverse istanze”. E ha vinto. Per carità, l’approccio di Gattinoni e di qualche membro della sua giunta è tutto sommato comprensibile. Anzi, è compatibile con un mosaico di esperienze pregresse più attinenti a profili dirigenziali e manageriali, che non alla politica attiva.
In conclusione, l’epitaffio che l’ex sindaco ha dedicato al proprio mandato, presenta diversi semi di verità. Molte delle sue scelte e delle sue visioni germoglieranno senza dubbio nei prossimi anni e, da questo punto di vista, bene ha fatto Boscagli a garantire di non avere alcuna intenzione di distruggere ogni retaggio per puro spirito di competizione politica.
La declinazione concreta del concetto di smart city, la capacità di modernizzare i servizi sociali con luoghi all’avanguardia, il capolavoro della Piccola, un’idea di turismo meno ancorata a schemi anni Novanta, le esperienze di sinergia tra manutenzioni e Terzo settore, la digitalizzazione, l’attenzione anche culturale alla galassia giovanile. Tutto questo, e non solo, darà certamente ragione nel tempo a Gattinoni e alla sua squadra.
Ora, però, è il turno del centrodestra e di Filippo Boscagli. Alle forze che l’hanno sostenuto, va detto, Gattinoni riserva nel suo scritto parole piuttosto ruvide. Un consiglio non richiesto: questa città non ha alcun bisogno di un passaggio di consegne al curaro.
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