Il dibattito sulla nuova legge elettorale continua a evidenziare le profonde divisioni che attraversano maggioranza e opposizione. Dietro gli oscuri tecnicismi, è in corso uno scontro che l’opinione pubblica fatica a comprendere nei dettagli, ma di cui è in grado di cogliere perfettamente il profilo essenziale: malgrado i proclami, nessun partito è realmente disposto a rinunciare alle liste bloccate.
Le ragioni sono chiare: una larga parte degli attuali parlamentari difficilmente verrebbe rieletta attraverso il voto di preferenza. La loro sopravvivenza politica dipende molto più dal favore dei vertici di partito che dal consenso degli elettori. In queste condizioni, parlare di democrazia rappresentativa rischia di diventare una formula retorica, perfino una boutade.
In verità, la legge elettorale è anche lo specchio delle contraddizioni politiche del paese. Nel centrodestra è destinata a pesare la variabile Roberto Vannacci. Non è un mistero che Giorgia Meloni possa essere tentata di costruire un’intesa elettorale con il generale per massimizzare il consenso, salvo rinviare ogni chiarimento in Parlamento dopo le elezioni. Sarebbe un’operazione già vista. Tutti ricorderanno Matteo Renzi e Carlo Calenda i quali, nelle ultime elezioni, si presentarono insieme al solo fine di eludere gli sbarramenti elettorali e, una volta eletti, si separarono senza esitazioni. Si tratta di una prospettiva che Forza Italia guarda con evidente diffidenza e che nemmeno la Lega considera con entusiasmo.
La verità è che il centrodestra continua a rappresentare un caso politico peculiare: ha garantito all’Italia una stabilità di governo sconosciuta negli ultimi decenni, pur essendo composto da forze strutturalmente incompatibili sotto il profilo culturale e politico. I fondi del Pnrr hanno certamente contribuito a cementare la coalizione, ma la politica estera ne ha progressivamente eroso la credibilità mettendone in luce le profonde divergenze.
All’interno della maggioranza convivono europeismo, simpatie per Trump e, in alcuni settori, persistenti pulsioni filorusse: una sintesi sempre più difficile da mantenere, soprattutto dopo l’aggravarsi delle crisi internazionali. Il consenso personale di Giorgia Meloni rimane significativo, ma non è detto che sia destinato a rimanere immutato. Occorre ammettere che, dopo quasi quattro anni di governo, gli italiani faticano a percepire miglioramenti sostanziali nei settori che incidono sulla vita quotidiana: sanità, scuola, pensioni, salari e ordine pubblico.
Paradossalmente, gli attestati di fiducia più convinti arrivano dai mercati finanziari, gli stessi che in passato la leader di Fratelli d’Italia aveva più volte “bacchettato”. Anche il tema della sicurezza, tradizionale collante del centrodestra, rischia di rimanere confinato agli slogan. Garantire sicurezza significa investire negli organici della magistratura e delle forze dell’ordine, costruire nuovi istituti penitenziari e superare la cronica carenza di braccialetti elettronici che limita l’efficacia delle misure alternative alla detenzione. Su questi fronti, gli interventi risultano largamente insufficienti.
Se la maggioranza mostra crepe evidenti, l’opposizione non offre un quadro più rassicurante. Il cosiddetto “campo largo” continua a essere più un auspicio che una realtà politica. La leadership rimane irrisolta, il programma comune non esiste e le tensioni personali prevalgono sulle convergenze politiche. Se Roberto Vannacci rappresenta il punto più delicato degli equilibri della destra, Matteo Renzi continua ad essere il redivivo Ghino di Tacco che si diletta a seminare scompiglio a sinistra, sempre da acerrimo nemico di Giuseppe Conte e fingendosi amico di Elly Schlein.
Pertanto, senza una leadership riconosciuta, senza una piattaforma condivisa e senza una coalizione realmente coesa, il campo largo rischia di trasformarsi in un semplice slogan. In proposito, occorre rilevare che anche la politica estera resta un problema, come ha fatto intendere chiaramente il leader dei 5 Stelle in tema di riarmo accusando implicitamente la Schlein di essere tra quelli che “inventano” la minaccia russa per legittimare l’aumento della spesa militare. I punti di convergenza, a sinistra, continuano ad essere un problema difficilmente risolvibile.
A meno di un anno dalle elezioni, le due coalizioni sono ancora in alto mare, proprio come piace a Roberto Vannacci che, da buon militare, conosce bene i vantaggi del ruolo di guastatore.
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