E così ci siamo. Finita l’indigestione forzata dei comizi e dei gazebo, con i manifesti elettorali che ora svolazzano inerti dalle plance di metallo, è il tempo del silenzio. E, di qui a poco, del voto reale.
Proprio così, del voto reale. Perché il gran rincorrersi di video sui social, gli hashtag frenetici e quei cacofonici batti tra candidati e supporter, rischia di confondere. Il terreno di scontro non sono i social, non sono le platee lottizzate, non sono le cricche, i fan club e nemmeno le groupie. Che Dio ci scampi, non sono di certo le comete di Halley che da Roma sorvolano i cieli lecchesi. Il terreno di scontro è la città, i suoi rioni, i suoi problemi, il suo legittimo orgoglio. La tela grezza del web ha accolto a piene mani le spatolate di umori e tendenze, la profusione di parole (non sempre irrinunciabili) che l’esercito di oltre trecento candidati consiglieri ha consegnato all’etere. Ne risulta un quadro naif, dai colori vividi, ma poco attinente al reale. Il voto, quello vero, si deciderà per tanti elettori nel percorso da casa al seggio, o magari in quell’ultimo santino consegnato brevi manu da una persona di totale fiducia, oppure nell’ultimo scambio di battute con un vicino di casa.
Due annotazioni, tuttavia, è possibile registrarle.
Punto primo, ogni voto conterà. Suona banale, e forse lo è davvero, ma conviene ribadirlo. Le affluenze da Prima Repubblica (90% e passa) sono lontane. Ma, tutto sommato, sono ben lontane da Lecco anche le affluenze tragiche che colpiscono le comunità locali disilluse. Corre il ricordo dell’elezione comasca del 2023, con il sindaco Rapinese eletto al secondo turno dal 35% degli elettori. Realisticamente, qui si giocherà ancora la partita di sei anni fa: si viaggerà sul 60%. Una cifra mediana nella quale un piccolo gruzzolo di voti in più o in meno ritocca sensibilmente le percentuali: sopra o sotto lo sbarramento del Consiglio, sopra o sotto la vittoria al primo turno. E via dicendo.
La seconda annotazione muove i passi da una vecchia storiella attribuita a Charles Peguy. C’è un viandante, c’è il cantiere di una cattedrale e ci sono tre uomini. Tutti fanno lo stesso mestiere, spaccare pietre. Il primo di loro, a domanda diretta, risponde un po’ immusonito che si sta solo ammazzando di fatica. Il secondo, più solare, asserisce di guadagnare il pane per sé e la sua famiglia. Il terzo, ispirato, alza lo sguardo alle torri e alle volte che stanno prendendo forma e dice: sto costruendo la cattedrale.
Ecco, a differenza della storiella (dove uno solo ravvisa il senso profondo del proprio agire), gli elettori lecchesi dovrebbero considerare tutti e tre gli spaccapietre. Il sindaco di Lecco dovrebbe avere il piglio del borgomastro, la concretezza di chi alza il telefono e fa riparare il cancelletto del parco o la centralina, fa tagliare l’erba o rattoppare la buca nell’asfalto. E poi, certamente, avere uno sguardo che si alzi, non si pretende alla vetta del Resegone, ma almeno al Sass Quader. Un’idea di città calata nelle correnti del nostro tempo (due su tutte, la denatalità e il peso terribile che arriverà sempre più in capo a chi avrà fragili o anziani nel proprio nucleo familiare), oltre a un’idea di capoluogo quale locomotiva del territorio, considerando che proprio a livelli politici sovraterritoriali appartengono servizi chiave come l’energia, i rifiuti, il trasporto.
Non dovrebbe infine mancare l’ambizione più alta che possa maturare un sindaco: costruire la cattedrale della propria città, appunto. Incarnare quel senso di comunità che è il lascito più profondo e definitivo che un amministratore possa offrire alla sua gente. Rinunciare ai conflitti, comporre le contraddizioni senza esasperarle, intrecciare tracce di passato e semi di futuro, guidare verso un sentire comune quello che altrimenti è un coacervo di strade e palazzi. In definitiva, plasmare le funzioni pubbliche fino a renderle strumenti di comunità.
Buon voto a tutti i lecchesi.
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