Dieci giorni di cattivi pensieri: ora le urne

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Questi dieci giorni, compressi a viva forza tra il primo turno e il ballottaggio, sono stati esattamente ciò che ci si attendeva. Un distillato purissimo di veleni reciproci, riposizionamenti e cambi di rotta, di un’ansia crescente di vincere e convincere. Nel complesso, un coacervo di umori e scontri che non ha contribuito ad alzare il livello di consapevolezza dell’elettore medio.

Ma tant’è, oggi scende il velo del silenzio elettorale. Domani aprono le urne e dopodomani parleranno i voti. Due ore scarse di spoglio e, a metà di un pomeriggio che si annuncia nuvoloso con schiarite, arriverà l’annuncio del sindaco di Lecco. Filippo Boscagli e Mauro Gattinoni si giocano tutto. Anzi, se lo sono ormai già giocati.

Lo diciamo subito: entrambi hanno sbagliato poco o nulla. Non senza una certa dose di stremato fatalismo, si sono arresi a fare tutto ciò che sapevano di dover fare. Gattinoni alla ricerca di un cambio di passo (ironia della sorte). Boscagli, al contrario, a farsi voce di uno che grida nel deserto: non rispondete, non reagite. Al primo turno ha chiuso davanti( di 1.400 voti) e vorrebbe rimanerci.

Il sindaco uscente, in compenso, ha sorpreso tutti. All’indomani della delusione del primo turno (perché di questo si è trattato), ha inaugurato sui social una serie di video spiazzante. La scena è quella di un parchetto verde, uccellini cinguettanti, tre giovani a fargli da spalla in una piéce studiata alla perfezione. E, clamorosa, arriva l’inversione di marcia. “Probabilmente non abbiamo studiato bene la comunicazione”. “Quella signora aveva bisogno di una spiegazione in più”, “quel ragazzo avrebbe voluto saperlo prima”. Eccolo, il cambio di passo. Gattinoni non è uno sprovveduto. Sa che il ballottaggio è un altro mondo. Sa che nel ballottaggio va a votare anche chi non è convinto, chi non ti ha mai dato molto credito, ma in fondo non lo offre volentieri nemmeno agli altri. Punta tutte le fiches sul cambio di immagine, gioca a inserirsi nel solco sottile che si muove tra aver voluto rivendicare le proprie eccellenze (si vedano i famosi 103 milioni per 120 opere propagandato in tutte le salse prima del voto) e, al contrario, ammettere ora di aver sbagliato qualcosa. Ma, ed è questa la mossa, meno di quanto potrebbero sbagliare gli altri. A quel punto scatta anche l’offensiva, la demolizione quasi sistematica della squadra avversaria. Intendiamoci, nessun giudizio: è pura e semplice politica. Il primo turno è il regno dei migliori, il ballottaggio dei meno peggio. E Gattinoni ha scelto di virare su quel terreno di scontro. Lo ha fatto davanti agli indecisi, lo ha fatto per quello che ha definito “il rione bianco” degli astenuti. Lo ha fatto perfino davanti ai “frondisti” Pd ai quali, con qualche eccezione, è stata sufficiente una sortita di Graziano Delrio per siglare una tregua armata. Non l’ha fatto con i voti di Boscagli. Quelli no. Numeri alla mano, i voti del centrodestra sono rimasti intatti per sei anni (da Ciresa a oggi). Figurarsi se bastano due settimane per prenderseli. Quelli, casomai, tocca a Boscagli non lasciare che restino a casa. O al lago, o in montagna.

Anche Boscagli ha fatto egregiamente il suo. Il climax di attacchi pià o meno personali che gli è stato riservato sui social (e non solo) sono talvolta suonati grotteschi di fronte al suo portato caratteriale. E questo, in fondo, è merito soprattutto di una certa dose di autocontrollo, di una sana propensione all’understatement e al disinnesco. Non tutti i suoi, va detto, hanno remato nella direzione indicata. L’uscita dell’ex ministro Castelli (che però è un alleato recente, giusto di due settimane) ha dato inutilmente risalto alle 100 firme per Gattinoni, separando un po’ manicheisticamente i buoni e i cattivi del Pil. Una mossa che rischiava di alienare al centrodestra mondi troppo preziosi. L’entourage di Boscagli ha risposto, sagacemente, con un manifesto che è quasi esattamente la riproposizione di quel mondo (terzo settore e impegno civile). Zero a zero, e palla al centro.

I due candidati, va riconosciuto, si sono battuti con intelligenza. Hanno agguantato i bandoli delle rispettive matasse e non li hanno mollati per nulla al mondo. La sensazione è che la differenza tra loro sia ora più contenuta di quella palesata al primo turno. Per tante ragioni, molte delle quali epidermiche e ben poche aritmetiche. Domani, l’affluenza delle 19 e poi delle 23 offrirà una prima pallida indicazione di ciò che potrebbe accadere. Tutto il resto sarà scritto come una sentenza sulle croci tracciate dai lecchesi sulle schede che lunedì pomeriggio alle 15 verranno nuovamente rovesciate fuori dalle urne. Ci siamo.

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