Era primavera 2018. Attilio Fontana e Giorgio Gori si sfidavano alle elezioni regionali. Il sindaco di Bergamo, già apparso sulla scena politica al fianco di Renzi nella battaglia per le primarie 2012, era allora l’uomo nuovo di una galassia riformista che ambiva ad uscire dagli steccati ristretti dei partiti. Fontana, al contrario, era un leghista di vecchio corso, mai approdato in Parlamento o in ruoli dirigenziali. Pure lui, tuttavia, apparteneva a quella schiera di sindaci lombardi che tende quasi sempre a fare gioco di squadra al di là delle tessere e delle ideologie. Una classe politica a sé, si potrebbe affermare. Quella del 2018 sarebbe peraltro stata una battaglia elettorale gradevole e densa di suspence, se solo i Cinque Stelle non avessero tolto il 17% ai serbatoi progressisti e, soprattutto, se non ci fosse stata una Lega che valeva da sola il 30%. Finì con un categorico 50-30 per Fontana, con Gori staccato di venti punti e restituito alla sua Bergamo.
Eppure, la campagna elettorale aveva comunque lasciato sul piatto alcuni temi – più o meno sottilmente – condivisi tra i due. Uno su tutti, l’autonomia.
Sei mesi prima, Gori aveva addirittura strappato al suo partito un clamoroso sì al referendum voluto da Bobo Maroni, quando peraltro pareva che sarebbe stato il compianto governatore uscente a sfidarlo, e non Fontana. Il sindaco di Bergamo agiva nella convinzione che stesse maturando l’occasione storica di una joint venture tra centrosinistra e ceto medio del Nord, da quasi trent’anni monopolizzato da Lega o Forza Italia. La questione settentrionale sarebbe diventata poi il cuore di una corrente dem lombardo-emiliana, come testimonia l’incontro pubblico dell’anno successivo. Era febbraio 2019, un anno esatto dopo le elezioni regionali. Alla Feltrinelli di Milano si erano ritrovati Pietro Bussolati (anima e mente della campagna vittoriosa di Beppe Sala del 2016), Luigi Marattin (che poi si sarebbe perso tra i mille rivoli liberal del post Renzi), Stefano Bonaccini (che ancora non immaginava quanto sarebbe andato vicino a diventare segretario dem) e, appunto, Giorgio Gori. La grande Opa riformista sul ceto medio del Nord sembrava lì a un passo, come la luce verde di Gatsby. Eppure anche Gori, come l’eroe tragico di Fitzgerald, sarebbe stato risospinto indietro dalla corrente della politica. E come lui, Bonaccini. Una corrente che, a partire dal 2023, avrebbe assunto i tratti di Elly Schlein e di Giuseppe Conte. Di una rincorsa, più che a quella settentrionale, all’eterna questione meridionale del Paese. Non foss’altro perchè lì c’è il tesoretto di voti dei Cinque Stelle, che restano per il Pd la sintesi perfetta tra alleato e nemesi.
E così tutto si è perso. Si è persa perfino la riflessione che poneva Beppe Sala, e cioè che l’autonomia non fosse una questione solo regionale, ma che servisse a dare più potere anche ai Comuni. In un certo senso, ci avrebbe poi pensato il Pnrr a dare corpo a questa fascinazione. Ma questa è un’altra storia.
Sta di fatto che è precisamente in questo quadro, ma nel campo opposto, che l’affondo di Attilio Fontana a Matteo Salvini si configura come un nuovo giro di giostra nella dialettica con Giorgio Gori. Il governatore, nei giorni scorsi, ha attaccato dal Corriere il segretario del Carroccio. Lo ha fatto non solo sul campo dei risultati di partito (il che, peraltro, sarebbe legittimo vista la discesa libera della Lega che ora vale un quinto di FdI), ma sul tema dell’autonomia. Non è una novità. Sono mesi che Fontana accenna più o meno sottilmente al distacco della Lega e del governo dalle priorità lombarde e dall’elettorato del Nord. Stavolta però la contrapposizione ha assunto toni molto alti, uscendo dai tavoli delle segreterie e richiamando l’attenzione di tesserati che non sono solo i vecchi pasdaran bossiani. Pd e Lega si ritrovano, ancora una volta, a dover capitalizzare la questione settentrionale. Che è, per inciso, un serbatoio che vale più di metà del Pil (56%) e poco meno della popolazione (44%) del Paese.
Ovvio che le parole di Fontana sono voce di chi grida nel deserto, se la politica del Carroccio è quella di inseguire i consensi di Vannacci fino alle soglie di un populismo Maga in salsa italica. Ovvio che la filiera Gori-Sala-Bonaccini non avrà margine di manovra se il Pd giudica contendibili i soli voti dei Cinque Stelle o dei cespugli di sinistra. L’ex sindaco di Bergamo, per ora, tace. Ma c’è da scommettere che l’uscita pubblica del suo ex competitor regionale avrà già risvegliato qualche vecchio tarlo. Certo, servono compagni di viaggio e spazi di manovra politici. Ma non dovrebbe essere un problema per chi, nel tempo, ha avuto l’ardire di creare dal nulla Matteo Renzi, l’Isola dei Famosi, il Grande Fratello e InNova Bergamo.
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