La nuova giunta, ma quanti caporali

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Tempo fa, quando ancora la candidatura di Filippo Boscagli veniva incomprensibilmente tenuta a bagnomaria dai vertici nazionali di FdI e Lega, avevamo messo per iscritto come la sua corsa elettorale fosse “il naturale esito degli ultimi vent’anni di centrodestra lecchese”, quello che aveva visto “i colonnelli uscire di scena, le giovani promesse svanire e i semi di una nuova classe dirigente crescere nel terreno arido (di poltrone e responsabilità amministrative) dell’opposizione”.

Tenendo fermo questo giudizio, proviamo oggi a declamare (un po’ sul modello delle terzine nelle formazioni di calcio d’antan) la nuova giunta comunale. Boscagli, Piazza, Bettega. Brigatti, Caterisano, Cesana. Fortino, Minuzzo, Parolari e Rota. Di fatto, parliamo dei nomi che hanno animato (unici, dentro un campo politico che in certi frangenti si sfilacciava come le bandiere in spiaggia, corrose dalla salsedine) l’opposizione cittadina a tre mandati di centrosinistra. Non è solo una questione di fedeltà politica, è un tema di identità. Se il voto ha premiato “gli altri”, vale a dire le ugole che per anni hanno retto il tono del controcanto, è logico attendersi che siano gli altri a governare. E non i loro procuratori, o i loro tutor, o i tanti protagonisti di quel vezzo tutto elettorale che il collega Marco Calvetti definisce delle “foto opportunity”.

Riavvolgiamo il nastro e apriamo un po’ gli album di famiglia del centrodestra lecchese. Chi c’era nel 2013 durante le sessioni notturne (si dormiva con la testa sui banchi, per intenderci) del Pgt? Chi c’era a reggere la maratona consiliare del Piano 2025? Chi c’era a spulciare bilanci e rendiconti durante tre consiliature? Chi c’era a percorrere tappa per tappa la ristrutturazione delle società partecipate lecchesi? Chi c’era a contestare l’aumento dell’addizionale Irpef con i cartelli in mano? Chi c’era a fare emendamenti e richieste di accesso agli atti sul Bione e i suoi progetti? Chi c’era durante lo scontro durissimo tra le paritarie e il Comune nel 2022? Erano sempre e solo loro. I nomi di cui sopra, o la maggior parte di essi. La prima scelta di Boscagli, insomma, è una scelta di senso. Sulle competenze, l’attitudine, la verve comunicativa, l’empatia con i relativi stakeholder, gli eventuali errori (ce ne sono sempre), si vedrà. Saranno tutti giudicati sui fatti e sulle delibere, ci mancherebbe.

E il percorso che ha consentito la formazione di questa giunta? Rapido, ma non indolore. Lo diciamo subito. Le voci di corridoio tratteggiano un quadro per nulla paradisiaco, irto di problemi che potrebbero rivelarsi spine nel fianco per il prosieguo del cammino. I segretari di partito delle forze politiche di centrodestra non hanno, per ora, avuto la forza di fare sintesi delle correnti interne, di contenere (talvolta silenziare) la voce grossa dei rispettivi colonnelli. Non hanno fatto da buttafuori all’ingresso, facendo il lavoro sporco e portando diligentemente sulla scrivania di Boscagli una rosa finale di nomi graditi. Tutt’altro. Si potrebbe dire che hanno lasciato entrare tutti i capibastone a vedersela con il neo eletto sindaco. C’è chi è stato blandito, chi è stato respinto, chi è stato ascoltato, chi è stato in parte accontentato e chi invece non ha nemmeno ricevuto udienza. Ma il punto non è il risultato, il punto è il metodo. Oggi valeva per la scelta degli uomini, domani per le priorità e le voci di spesa. L’ultima esperienza di centrodestra a Lecco era crollata proprio su dinamiche simili: non c’era filtro tra i “caporali” e il consiglio comunale, tra le voci grosse (talvolta velleitarie) e la giunta. Per carità, i partiti non devono essere caserme. Ma nemmeno piste da hockey.

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