Nuovo corso del Pd locale, processo al dissenso

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Non ci siamo mai illusi che il Pd dopo la giostra delle sigle che hanno accompagnato il suo viaggio partito dalla svolta della Bolognina di Achille Occhetto trovasse la strada maestra per diventare l’alternativa più credibile al centrodestra. I segnali estivi confermano il nostro pessimismo se è vero che, all’interno di una crisi globale e di emergenze quotidiane, dal gasolio al carrello della spesa passando per il riarmo e i dissidi permanenti sulla politica estera tra le correnti interne, siamo stati ammorbati dal dibattito sulle primarie e, nelle ultime ore, dalle prese di distanza dall’ideologia Woke, in scia al mitico Giuseppi Conte che ha ritrovato il feeling oltreoceano pur strizzando l’occhio oltre Cortina, dimostrandosi, almeno politicamente, strabico.

Mi permetto di sottolineare due momenti che sono, a mio parere, alla base della crisi del Pd e anche del sistema politico nazionale. Il primo riguarda la mancata vittoria di Pierluigi Bersani che nel febbraio 2013 in tre giorni bruciò gli otto punti di vantaggio (secondo i sondaggi) sul centrodestra di Berlusconi che lo costrinsero all’umiliante streaming con Beppe Grillo. Il secondo riguarda le primarie che hanno promosso a segretaria Elly Schlein grazie al voto dei passanti a scapito di Stefano Bonaccini, scelto dagli iscritti secondo le regole fin lì intoccabili della ditta.

Io vedo analogie con il piano locale a partire dalla notizia, ben riportata dai miei colleghi, del deferimento da parte della segreteria cittadina del Pd (il trio olandese del Milan di Sacchi al rovescio, composto dall’uomo del bar Fausto Crimella, dalla viaggiatrice Agnese Massaro, con mete ben oltre il capolinea dell’uno barrato e dall’immarcescibile Alfredo Marelli, riscopertosi, in età avanzata, lontano mille miglia dalle sue esperienze sindacali e cattoliche) di quattro autorevoli iscritti, due ex comunisti e due cattolici per non far torto alla par condicio, accusati di alto tradimento per non aver sostenuto il candidato sindaco Mauro Gattinoni, per altro non tesserato al Pd.

I nomi li conoscete e fanno seguito all’uscita di scena di Francesca Bonacina, di Vittorio Addis, di Giovanni Tagliaferri, di Clara Fusi, di Bruno Biagi (oltre ai distacchi silenziosi tipo quello di Virginio Brivio): Mauro Frigerio, già presidente di Lineelecco, Antonio Pattarini, anima dello storico circolo Figini di Maggianico, Stefano Citterio, già campione di preferenze e Angelo Riva, da oltre quarant’anni funabolica guida del Crams. Un provvedimento senza precedenti che avrebbe fatto inorridire i fondatori del Pd lecchese con Brivio primo segretario e figure come Gino Sala (recentemente scomparso), Carlo Spreafico, Antonio Rusconi, Lucia Codurelli, Italo Bruseghini e Giovanni Fazzini. Educati al confronto serrato con la Dc, tra l’altro madre di alcuni di loro, conoscevano la dialettica, il dissenso e la sintesi il più possibile condivisa. Fattori che costituivano un valore, non un fastidio da risolvere con votazioni a maggioranza come un’anonima assemblea di condominio.

Nella Democrazia cristiana dei tempi belli spesso erano gli esponenti della minoranza ad occupare i ruoli più ambiti. A Giulio Andreotti, che aveva un seguito del sette per cento nel partito, non importò mai di non essere asceso al Quirinale, preferendo essere per sette volte presidente del Consiglio e per quasi 20 ministro. Allo stesso modo, il sistema Lecco che aveva nelle categorie economiche la locomotiva principale viaggiava su binari istituzionali e politici, rappresentati dalle forze di centrodestra e centrosinistra. Scusandomi se ho proceduto a zig-zag, più per appunti che per analisi di scuola, mi sto chiedendo che epilogo avranno i turbamenti del campo largo alle diverse latitudini. Come suggeriva in questi giorni Massimo Cacciari, forse la chiave la si trova se Conte e la Schlein fanno entrambi un passo di lato e nel frattempo si scovi un candidato autorevole e meno divisivo.

Dopo aver appreso come voi che persino Ranucci era, almeno nella testa di qualcuno, il presidente del Consiglio ideale, ho provato a cercare tra i giornalisti d’inchiesta del nostro perimetro, ma non ho intravisto nessun Sigfrido in erba. La vera consolazione tra i nostri guai è che nessun Lavitola abita qui e che a me non piacciono le vongole, sgusciato o non, un’amara delizia per Paolo Mieli.

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