Frontalieri, i sindacati avvertono: «A rischio 129 milioni di ristorni per i Comuni di confine»

I sindacati italiani e svizzeri dei lavoratori frontalieri lanciano l’allarme sulle possibili conseguenze dell’applicazione della cosiddetta “tassa sulla salute”. Le sigle chiedono il ritiro definitivo della misura e la convocazione del tavolo interministeriale sul frontalierato

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Sondrio

«Oggi siamo di fronte al rischio, molto concreto, di far venir meno il trasferimento dei ristorni come conseguenza della violazione dell’accordo fiscale del 17 luglio 2023 sulla tassazione dei lavoratori frontalieri italiani in Svizzera. Una contromisura che, se attuata, produrrebbe un vero e proprio terremoto negli oltre 365 Comuni di confine per il venir meno di risorse che finanziano tanto la spesa corrente quanto gli investimenti delle comunità di frontiera».

A sottolinearlo sono i sindacati dei frontalieri di Cgil, Cisl, Uil e i loro corrispettivi svizzeri di Unia, Ocst, Syna, Vpod e Syndicom, che, in una nota stampa, tornano a chiedere valutazioni di buon senso rispetto all’applicazione della cosidetta “tassa sulla salute”. Per i sindacati, infatti, di tassa vera e propria si tratta, mentre per Regione Lombardia, che ha sposato il provvedimento introdotto dalla legge di bilancio del 2014 e di fatto mai applicato, si tratta di un contributo alla salute, anche se, recentemente, quest’ultima tesi è stata sconfessata sia dal parere legale commissionato dalle organizzazioni sindacali italiane e svizzera sia dal parere commissionato dal Canton Ticino ad un autorevole docente dell’Università di Friburgo.

«Anch’egli è giunto alle medesime nostre conclusioni – dicono le parti sindacali – ovvero che la tassa della salute, lungi dall’essere un contributo, è assimilabile ad un’imposta e conseguentemente viola il trattato internazionale del 2020 tra Italia e Svizzera introducendo la doppia imposizione». Un «ennesimo colpo d’arresto tanto alla credibilità del provvedimento quanto alla sua praticabilità – dicono le parti sindacali -, senza dire dell’utilità dello stesso in termini di deterrenza alla migrazione in Svizzera del personale sanitario italiano, sostenuta ormai pervicacemente solo da Regione Lombardia».

Dalle organizzazioni sindacali quindi, sempre determinate a ricorrere alla Corte Costituzionale nel caso della effettiva applicazione della tassa sulla salute con l’intento di dimostrarne l’illegittimità, giunge l’invito all’abbandono definitivo del provvedimento «e all’apertura di una discussione – dicono – volta al superamento dei tanti problemi che questa fase di discussione sul provvedimento ha aperto nel lavoro frontaliero nella sede propria del tavolo interministeriale costituito con la legge numero 83 del 2023, ma mai reso effettivamente operativo».

Il tavolo, ricordiamolo, si è riunito il 24 febbraio dello scorso anno una prima volta, ma a questo incontro, di natura costitutiva e formale, non ne sono seguiti altri. Non si è entrati, cioè, nel merito delle questioni da affrontare. Più volte le parti sindacali ne hanno richiesto di nuovo la convocazione, ma al momento nulla si è ancora mosso ed ora questa possibilità di un taglio dei ristorni come contropartita alla violazione dell’accordo fiscale ultimo sul frontalierato spaventa, anche perché si parla di una quota parte delle tasse pagate in Svizzera dai lavoratori pari al 38,8% del totale che non finirebbe più ai Comuni di frontiera per far fronte a spese correnti e investimenti. Un complessivo di 129 milioni recuperati lo scorso anno.

«Si ritiri – dicono i sindacati – l’inutile ed inapplicabile tassa italiana e si riconosca l’applicazione dell’opzione prevista dal decreto omnibus per i frontalieri trans-cantonali garantendo il trasferimento dei ristorni fino al 2033».

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